Vangelo di oggi

21 agosto - Mt 20,1-16

Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: «Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò». Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». Gli risposero: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Ed egli disse loro: «Andate anche voi nella vigna».

Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: «Chiama i lavoratori e da' loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi». Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10 Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. 11 Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone 12 dicendo: «Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». 13 Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: 15 non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». 16 Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi. 

 Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna.

Questa parabola ci porta nella vita quotidiana dei campi in Palestina. La giornata lavorativa era lunga 12 ore, dalle sei del mattino alle sei di sera. L’attività agricola per eccellenza della zona mediterranea, in una terra sassosa e scoscesa è quella della vite. L’uomo padrone di casa è il proprietario terriero che assume i propri operai con un contratto giornaliero.

 Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna.

Matteo non si dilunga molto sul dialogo tra il padrone e i suoi lavoratori. Egli promette loro il pagamento di un denaro e li manda a lavorare. L’accento è posto sulla rettitudine delle operazioni. Il prezzo negoziato, un denaro d’argento per un giorno, era una buona paga.

 Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: «Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò». Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. 

Gli operai che il padrone incontra durante la giornata se ne stanno disoccupati, argoi, cioè “senza opere”. A costoro il padrone non quantifica un salario, ma promette quello che è giusto. Ciò crea un effetto di suspence: quanto sarà la loro ricompensa? A cosa corrisponde un “salario giusto”? Alle ore effettivamente lavorate o a cos’altro?

 6Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». Gli risposero: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Ed egli disse loro: «Andate anche voi nella vigna».

Con l’ultimo gruppo di operai c’è un dialogo un po’ più esteso. Il padrone chiede il perché del loro rimanere inoperosi. La risposta è amara, nessuno li ha voluti prendere a giornata. L’eccesso di manodopera produce una certa disoccupazione. A costoro il padrone dà una parola di speranza (vi prendo io a giornata, nonostante sia già tardi) senza parlare del salario che intende dare loro.

 Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: «Chiama i lavoratori e da' loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi».

Incomincia la seconda parte del racconto, quella in cui tutto viene ricapitolato, in cui i nodi verranno al pettine. La sera era il momento di dare la paga agli operai (cf. Lv 19,13; Dt 24,15). Stavolta il padrone viene chiamato “il signore della vigna” (un’espressione cristologica ed ecclesiale). Anche qui si sottolinea la sua correttezza: egli consegna la paga al tempo stabilito. Entra in scena un terzo personaggio: l’amministratore. Nei racconti evangelici che parlano delle scene di giudizio talvolta interviene questo intermediario. Per il pagamento si segue l’ordine inverso, per sottolineare ancora di più la scelta del padrone.

Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10 Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro.

Negli operai della prima ora si crea l’attesa di “ricevere di più”. Anche noi ragioniamo esattamente come loro. Se “quello che è giusto” per gli operai dell’ultima ora risulta essere un denaro al giorno, non sarebbe giusto che i primi ricevano di più? E invece ricevettero anch’essi un denaro: è questo il vertice narrativo della parabola, con un capovolgimento totale dell’aspettativa.

 11 Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone

Gli operai della prima ora cominciano a mormorare (gonghyzo, verbo quasi onomatopeico. In Matteo viene usato solo in questa occasione, in Luca è un’azione attribuita ai farisei che mormorano davanti alle azioni non del tutto ortodosse di Gesù. Cf. Lc 5,30).

 12 dicendo: «Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo».

Comincia qui il dialogo a cui è orientato tutto il racconto. Gli operai della prima ora brontolano non perché hanno ricevuto meno di quanto era stato loro promesso. Si indignano per essere stati “fatti uguali” a coloro che in fondo disprezzano perché non hanno lavorato il loro stesso numero di ore. Si tratta di una situazione che poteva essere avvenuta all’interno della Chiesa: come si accennava all’inizio, i primi all’interno della comunità non volevano essere considerati come gli ultimi arrivati, facevano discriminazioni, si sentivano superiori.

 13 Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro?

Il padrone di casa si rivolge a uno di loro chiamandolo “amico”. Questo potrebbe essere inteso come un’espressione di famigliarità, di vicinanza. Però se si tiene conto degli unici altri due passi in cui questa parola viene utilizzata, il suo significato assume un colore particolare. In Mt 22,12 amico viene chiamato l’uomo che entra al banchetto di nozze del figlio del re senza avere l’abito nuziale. In Mt 26,50 Gesù chiama amico Giuda che gli ha dato il bacio nell’orto del Getsemani, segno convenzionale per coloro che lo avrebbero arrestato. Come si può intuire si tratta di due situazioni estreme, in cui chi chiama “amico” l’altro di fatto di fargli comprendere in modo familiare che ha compiuto qualcosa di sbagliato, anche se ormai è troppo tardi. Anche in questo caso il tono è di rimprovero.

 14 Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te:

Il rimprovero diventa un invito a togliersi di mezzo. Il padrone ha voluto trattare tutti gli operai allo stesso modo.

 15 non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». 

Nessuno può dire al padrone come si deve comportare. Dio ha le sue logiche e non possiamo imporgli le nostre. In questo versetto vi è una contrapposizione: l’occhio cattivo (modo orientale di indicare l’invidia) e il padrone che è buono. L’occhio cattivo è quello geloso dei beni propri o invidioso dei beni altrui. E’ questo il vero problema degli operai della prima ora: non accettare che altri diventino partecipi dei loro stessi beni, della loro stessa eredità. Il padrone che è buono ricorda quel “uno solo è buono” di Mt 19,17, poco più sopra.

 16 Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Dio ha dunque stravolto tutte le nostre logiche. All’interno della comunità cristiana delle origini vi erano i giudeo cristiani che pensavano di avere più importanza dei cristiani provenienti dal paganesimo poiché avevano servito il Signore da molto più tempo e provenivano da una lunga storia di fedeltà al Dio di Israele. Matteo li ammonisce: i primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi. E’ necessario essere buoni come il Signore, come il padrone della vigna. Egli vuole che tutti siano salvi e che tutti si accettino tra di loro come fratelli.

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