Vangelo di oggi

20 settembre - Lc 7,31-35

31A chi dunque posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? 32È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così: «Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!». 33È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: «È indemoniato». 34È venuto il Figlio dell'uomo, che mangia e beve, e voi dite: «Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!». 35Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli».

  31A chi dunque posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile?

 Nei versetti precedenti Gesù parla di Giovanni Battista, ormai in prigione, e di come fosse stato accolto in Israele. Il popolo, anche i pubblicani e i peccatori lo avevano accolto e avevano ricevuto il suo battesimo di conversione. I farisei e i dottori della Legge non avevano voluto farsi battezzare e avevano così reso vana la sua predicazione. Allora Gesù pronuncia questa parabola dei ragazzi che giocano in piazza. Si tratta di un giudizio negativo sugli uomini di questa generazione, Israele, ma in particolare i farisei e i dottori della Legge. Per Luca questa connotazione diventa però generale e riguarda tutti coloro che non accolgono la Parola di Dio. Gli uomini vengono paragonati a dei bambini!

  32È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così: «Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!».

 Gesù si ispira a una scena alla quale gli ascoltatori potevano frequentemente assistere. Ragazzi che giocano sulla piazza del paese; il gioco consiste nell’indovinare il senso di una pantomima, rispondendo con un’azione mimica; forse i ragazzi interpellavano i passanti. Se il mimo non era capito i ragazzi dicevano: “Vi abbiamo suonato il flauto…”. L’immagine rappresenta quindi l’incapacità a interpretare correttamente gesti diversi, gioiosi o tristi, messi in scena da altri.

  33È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: «È indemoniato».

 Giovanni Battista è venuto come un asceta che non mangia pane (cioè cibo elaborato) né beve vino (bevande alcoliche), conformemente al messaggio sulla vicinanza del giudizio divino. Ma i capi di Israele non hanno voluto capire il messaggio di penitenza svelato dal suo comportamento ascetico.

  34È venuto il Figlio dell'uomo, che mangia e beve, e voi dite: «Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!».

 Il Figlio dell’Uomo, al contrario evita il digiuno, segno di lutto, e instaura la comunione di tavola con i giusti e i peccatori. Però i capi di Israele lo hanno giudicato un ghiottone e un bevitore di vino. Gli avversari di Gesù gli imputano un vizio vergognoso, che rende incapaci di una condotta decente e rende oggetto di disprezzo. E’ possibile si tratti di una calunnia che davvero circolava in Palestina sul conto di Gesù.

 Il secondo rimprovero, amico dei pubblicani e dei peccatori si pone sul piano religioso. Gesù frequenta gente religiosamente impura e quindi è impuro egli stesso. Chi giudica così non è disposto ad afferrare il senso del comportamento di Gesù, a vedere il suo mangiare con i peccatori il segno della vicinanza del Regno di Dio come inizio del tempo di festa, di gioia nuziale.

 Due diverse manifestazioni del Signore, la minaccia/giudizio e la liberazione/gioia, vengono ugualmente respinte dai loro destinatari.

  35Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli».

 La Sapienza, cioè Dio nel suo disegno salvifico manifestato agli uomini nelle opere di Giovanni e di Gesù è stata giustificata, cioè riconosciuta nella sua verità. I figli hanno dato ragione alla Sapienza accogliendo la predicazione dei suoi messaggeri. Il popolo, i pubblicani, i piccoli hanno accolto e creduto. Non tutti dunque cadono sotto la condanna formulata da Gesù contro gli uomini di questa generazione. 

 

19 settembre - Lc 7,11-17

 11In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. 12Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. 13Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: "Non piangere!". 14Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: "Ragazzo, dico a te, àlzati!". 15Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. 16Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: "Un grande profeta è sorto tra noi", e: "Dio ha visitato il suo popolo". 17Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

  11In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla.

 Gesù si sta ancora muovendo in Galilea. Solo al capitolo 9,51 egli comincerà il suo viaggio verso Gerusalemme. Gesù a Cafarnao ha compiuto la guarigione del servo del centurione ed ora si sposta a Nain, a circa 10 km da Nazaret, vicino al confine meridionale della Galilea. Ha già riscosso un certo successo, perché una grande folla lo segue.

 12Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.

 Gesù incontra un corteo funebre. I morti venivano seppelliti al di fuori della città. Molta gente segue il corteo, la stessa gente che rimarrà stupita dal miracolo compiuto da Gesù. L’attenzione però è rivolta alla donna e al suo dramma. Non solo è vedova, ma porta alla sepoltura il suo unico figlio. Ella è rimasta così priva di qualsiasi protezione e di sostegno economico.

  13Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: "Non piangere!".

 Luca chiama Gesù con il titolo di Signore, quello che gli veniva dato dalla comunità cristiana primitiva. Questo titolo viene utilizzato soprattutto per il Cristo risorto. Qui può forse indicare il fatto che Gesù è il Messia salvatore, che si prende cura del suo popolo. Gesù si rivolge alla donna e viene preso da grande compassione. Questa è l’unica volta che Luca attribuisce a Gesù questa emozione. Luca utilizza lo stesso verbo (splanchnizomai), che deriva dal termine to splanchnon: gli organi interni, il cuore. Viene indicata qui la tenerezza di Dio nei confronti del suo popolo (cf. Lc 1,78): il suo avere viscere di compassione. Il verbo viene utilizzato da Luca riferito ad altri soggetti solo nella parabola del Buon Samaritano, che appunto si commuove alla vista dell’uomo mezzo morto abbandonato lungo la strada (Lc 10,33), e in quella del Padre Misericordioso che si commuove al vedere il figlio prodigo di ritorno (Lc 15,20). E’ interessante notare che si tratta di figure che in qualche modo si rifanno alla capacità di amare propria di Dio.

  14Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: "Ragazzo, dico a te, àlzati!".

 Senza aver paura contrarre una situazione di impurità (prevista dalle usanze ebraiche) Gesù tocca il cadavere, entra in contatto con questa situazione di morte e di sofferenza. Il termine usato da Luca indica proprio la cassa da morto chiusa, secondo l’usanza greca. E’ però più appropriato pensare che il ragazzo fosse semplicemente adagiato su una barella secondo le consuetudini giudaiche.  Gesù a differenza di Elia e di Eliseo non deve fare chissà quali gesti per riportare in vita il ragazzo: è sufficiente la sua parola: ordina al ragazzo di alzarsi.

  15Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.

 Il ragazzo si mette seduto e incomincia a parlare, due atteggiamenti che indicano il suo essere ritornato in vita. Gesù poi lo restituisce alla madre, esprime ancora una volta la sua sollecitudine verso le difficoltà della donna rimasta sola. Il termine lo restituì alla madre è lo stesso che si ritrova nel miracolo di Elia, quasi un termine tecnico, dunque.

  16Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: "Un grande profeta è sorto tra noi", e: "Dio ha visitato il suo popolo".

 Questa reazione della folla è abituale nei racconti di Luca, che parla spesso del timore e della glorificazione di Dio davanti a un fatto prodigioso compiuto da Gesù. Anche la folla riconosce che Gesù è un grande profeta, al pari di Elia. Non solo, essi ripetono le parole che Zaccaria, il padre di Giovanni Battista, pronunciò quando riebbe l’uso della parola (Lc 1,68.78): Dio ha visitato il suo popolo. La presenza di Dio è in mezzo a noi e si fa sentire attraverso i miracoli. Gesù è proprio il profeta di Israele.

  17Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

 La fama di Gesù dunque diventa sempre più grande. Qui il nome Giudea è utilizzato come sinonimo di Palestina (siamo infatti in Galilea). 

 

 17 settembre - 24ma domenica del Tempo Ordinario

Mt 18,21-35

 

21Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». 22E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. 23Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. 24Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. 25Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. 26Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa». 27Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. 28Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: «Restituisci quello che devi!».  29Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò». 30Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.  31Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. 32Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. 33Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?». 34Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. 35Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

 

 21Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?».

 

Dopo i discorsi riguardanti la correzione fraterna Pietro fa una domanda un po’ più specifica. La colpa di cui parla è un’offesa personale contro un membro della comunità, ad esempio la falsità, la denigrazione, ecc. Pietro ovviamente pensa di essere molto generoso nel dimostrarsi pronto a perdonare fino a sette volte.

 

22E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.

 

Il numero può essere inteso anche come settantasette volte. Sia che si tratti di 77 o di 490, l’idea è che non si può mettere un limite alla disponibilità di perdonare. I numeri alludono a Gn 4,24: “sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette”.

 

 23Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi.

 

La parabola che segue illustra non la quantità del perdono (quante volte?) ma la qualità dando il motivo per il “nessun limite”: se Dio non pone alcun limite, nemmeno l’uomo può porre dei limiti al perdono. D’altra parte, quelli che pongono limiti alla loro disponibilità a perdonare gli altri saranno perdonati da Dio in misura limitata.

 

Nella parabola si parla di servi, ma in realtà sono alti funzionari della burocrazia reale.

 

24Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti.

 

Un talento valeva tra i seimila e i diecimila denari. Un denaro era il salario di una giornata. Quindi la somma dovuta dal servo al re è una cifra astronomica, che il servo non avrebbe mai potuto restituire. Fa parte dell’iperbole a cui ci spinge la parabola.

 

 25Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito.

 

Anche se alcuni testi biblici ammettono che i figli potessero essere venduti come schiavi per saldare i debiti del padre (2Re 4,1), ai tempi di Gesù questo non era più ammesso. Secondo la legge ebraica la moglie non poteva essere venduta per nessun motivo. Dobbiamo supporre dunque si trattasse di un re pagano. Poiché il ricavo della vendita non bastava a ripagare il debito, l’azione del re doveva essere intesa più che altro come una punizione.

 

 26Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa». 27Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.

 

Unico caso nel NT, in questi versetti viene usato il termine greco daneion che trasforma il debito in prestito. In risposta alla supplica del servo di avere pazienza il padrone non solo gli condona il debito, ma mostra una squisita sensibilità e generosità chiamandolo eufemisticamente prestito.

 

 28Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: «Restituisci quello che devi!».  

 

In confronto al debito dei diecimila talenti, 100 denari, il salario di 100 giornate di lavoro, era una somma irrisoria che avrebbe potuto essere restituita se il creditore avesse avuto un po’ di pazienza. Il modo in cui tratta il suo debitore è in stridente contrasto con il trattamento avuto dal re.

 

 29Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò». 30Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. 31Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto.

 

Il suo compagno dice le stesse parole che lui aveva detto al re. Ma il servo spietato non riserva al compagno lo stesso trattamento da lui ricevuto. Certo un atteggiamento così duro non poteva rimanere nascosto e i suoi compagni lo vanno subito a riferire al re.

 

 32Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato.  33Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?».

 

Il servo malvagio non ha imparato niente dalla lezione di misericordia ricevuta. Matteo ci ha già parlato del legame tra la disponibilità a perdonare gli altri e la disponibilità di Dio a perdonare noi, quando ci ha trasmesso il Padre nostro (6,14-15).  In effetto la parabola è la versione drammatica di questo principio.

 

 34Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.

 

In questo versetto troviamo la punizione per coloro che si rifiutano di perdonare agli altri. La tortura era vietata dalla legge ebraica, ma la troviamo molto diffusa nell’antichità. Questi aguzzini (coloro che torturano) possono essere intesi come un’allusione alla punizione riservata alla fine dei tempi per coloro che non hanno accolto la parola del Signore.

 

 35Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

 

La conclusione di Matteo non lascia adito a fraintendimenti. Nella misura in cui siamo capaci di perdonare possiamo sperare nel perdono di Dio. Questo brano completa l’insegnamento sulla correzione fraterna. All’interno della comunità è necessario aiutare il peccatore a riconoscere le proprie colpe, per poter essere reintegrato nella comunità, ma il principio fondante di questa azione è la misericordia di Dio che ci deve portare ad essere noi pure misericordiosi gli uni verso gli altri. 

 

 

16 settembre - Lc 6,43-49

43Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d'altronde albero cattivo che produca un frutto buono. 44Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. 45L'uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. 46Perché mi invocate: «Signore, Signore!» e non fate quello che dico? 47Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: 48è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene. 49Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande».

  43Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d'altronde albero cattivo che produca un frutto buono. 44Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto:

 Questo ultimo brano del capitolo 6 raccoglie alcuni detti che riguardano l’agire che deve seguire l’essere. Il primo paragone è quello tra l’albero e il frutto. Vedendo il frutto si può vedere la qualità dell’albero. Da come un cristiano agisce si può conoscere la sua bontà in campo dottrinale o morale.

 non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo.

 Questo proverbio non fa parte delle affermazioni precedenti. La prospettiva è diversa, viene presa in considerazione non la produzione, ma la raccolta. Tra frutto e albero produttore non esiste solo una relazione di qualità ma di natura. La metafora indica non solo che un albero produce necessariamente frutti della stessa natura, ma anche che da una pianta inferiore non ci si può aspettare frutti nobili. Il detto fu pronunciato da Gesù probabilmente contro gli scribi e i farisei contestando loro la capacità di insegnare e di guidare il popolo.

  45L'uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.

 Questo versetto costituisce un’applicazione delle immagini anteriori, ma respinge il campo alle parole buone o cattive. Forse questo detto avvertiva i credenti contro i falsi profeti. Per Luca il cuore è il luogo dove è deposto e va maturando un tesoro buono o meno buono. L’uomo manifesta un parlare o un agire in relazione al suo cuore e non è possibile separare la sua attività dal suo essere. Ma cosa rende il cuore buono? L’obbedienza. Lo si vedrà nel prossimo versetto.

  46Perché mi invocate: «Signore, Signore!» e non fate quello che dico?

 Con questi versetti si conclude il discorso della pianura. Vi troviamo l’invito a incarnare nella propria vita il discorso che ha al suo centro l’amore del prossimo, sia egli nemico che fratello. Il detto, espresso in forma interrogativa serve da transizione e introduce alla similitudine delle due case.

  47Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile:

 L’introduzione della similitudine ci dice subito di cosa vuole trattare Gesù: dell’ascolto autentico, che si traduce in azione concreta. Quel vi mostrerò a chi è simile è uno stratagemma per attirare l’attenzione degli uditori.

  48è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene.

 Il paragone è fatto da due strofe antitetiche. In Matteo il territorio ricorda la zona montagnosa della Palestina. In Luca la parabola è stata adattata al paesaggio meno arido di un ambiente ellenistico: una pianura attraversata da un fiume che ogni tanto straripa e inonda le terre vicine.

  49Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande».

 Per Matteo l’elemento discriminante era il costruire sulla sabbia o sulla roccia. Per Luca invece si tratta di costruire con o senza fondamenta. L’avvertimento al credente è quindi quello di dotarsi di fondamenta solide, per poter affrontare il proprio destino, le difficoltà inevitabili della vita. Questa parabola messa al termine del discorso della pianura ci esorta ad ascoltare e a vivere profondamente ciò che in questo discorso è stato proclamato, in particolare l’amore per i fratelli ma anche per i nemici.  

 

15 settembre - Beata Vergine Maria Addolorata

 Lc 2,33-35

33Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui.34Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: "Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione 35- e anche a te una spada trafiggerà l'anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori". 

33Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui.

Anche Maria e Giuseppe, pur conoscendo la straordinarietà di quel loro bambino, devono imparare a poco a poco ciò che lo riguarda. Quindi alle parole di Simeone non possono che rimanere stupiti. Ogni bambino del resto è una novità, porta in sé una promessa, un progetto che i suoi genitori possono solo conoscere di giorno in giorno.

 34Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: "Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione 

Simeone benedice tutta la famiglia forse sul modello della benedizione di Isacco a Giacobbe (Gn 27 e 48). Poi però si rivolge a Maria. Ecco la prima nota negativa nel clima fino ad ora sereno e gioioso degli oracoli messianici. Gesù sarà motivo di caduta e di risurrezione per molti in Israele. Viene adombrato il destino di Gesù presso il suo popolo. Egli sarà segno di contraddizione, la pietra di inciampo che diverrà testata d’angolo. Il rifiuto di Israele provocherà la morte del Messia e l’allontanamento di Israele dalla Chiesa.

 35- e anche a te una spada trafiggerà l'anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori".

Questa profezia riguardante Maria viene letta in previsione della presenza di Maria stessa sotto la croce il giorno della morte di Gesù. Ma questa presenza di Maria sotto la croce è ricordata solo da Giovanni, non da Luca e quindi va letta in un altra prospettiva. Maria viene associata al destino del figlio. Ella condividerà in quanto madre l’ostilità che Gesù incontrerà nella sua vita. Questa condivisione va intesa in senso teologico. Davanti a Gesù e a Maria i pensieri ostili, cattivi (il termine greco dialogismos ha sempre senso negativo nel NT), di molti (non tutto Israele è stato ostile a Gesù) verranno a galla.

 

14 settembre - Esaltazione della Santa Croce

Gv 3,13-17

 13Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo. 14E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, 15perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. 16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.

  13Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo.

 Gesù sta parlando con Nicodemo, ma con questo versetto il dialogo si trasforma in un monologo, di cui Nicodemo è solo un ascoltatore. Gesù in questi pochi versetti sta per rivelare qualcosa di importante: si tratta delle promesse che Dio fa all’uomo. Solo Gesù è in grado di rivelarle poiché è disceso dal cielo. L’allusione al “salire al cielo” non riguarda tanto la sua ascensione, bensì è la negazione del fatto che qualcuno sia mai potuto salire al cielo e conoscere il mistero di Dio. Si riferisce ai visionari apocalittici, molto in voga ai suoi tempi, che pretendevano di aver avuto delle visioni, di essere saliti al cielo e di averne carpito i segreti. Anche nella Bibbia troviamo spesso questa idea di “salire al cielo” per conoscere il volere di Dio (vedi ad es. Dt 30,12).

 14 «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo,

 Il Figlio dell’uomo è disceso dal cielo e dunque egli è il “luogo” in cui avviene la rivelazione di Dio. Venendo da Dio, il Figlio ne possiede l’autorità ed essendosi fatto uomo può comunicare agli uomini le parole di Dio. Qui si afferma che il Figlio dell’uomo deve essere innalzato. E’ chiaro il riferimento alla morte in croce. Però per Giovanni la morte in croce è già una glorificazione. La croce porta già in sé la gloria della resurrezione e quella finale, escatologica. L’elevazione del Figlio dell’uomo sulla croce simboleggia in senso forte l’elevazione nella gloria. Quindi la croce è il segno della salvezza, come un tempo lo fu il serpente innalzato da Mosé (vedi Numeri 21;  Sapienza 16,7).

 15perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

 Vi è una condizione per avere la vita, ossia il credere. Credere nel Figlio di Dio, il Figlio innalzato sulla croce. Come gli Israeliti dovevano guardare il serpente di bronzo per essere salvi, così ora si deve guardare, cioè credere in Gesù per avere la vita.

 16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.

 L’evangelista ripercorre ora il disegno di salvezza a partire dalle sue origini, ossia l’amore di Dio. L’affermazione Dio ama il mondo è tipica della prima parte del vangelo di Giovanni (dal cap. 13 sarà sostituita dall’amore del Padre verso i discepoli). All’origine del piano di salvezza e del ruolo del Figlio sta Dio e il suo amore per il mondo. Il mondo in Giovanni ha due significati: indica tutta l’umanità che ha bisogno di essere salvata, oppure è riferito a quanti si oppongono alla luce divina.  Il Figlio unigenito è un riferimento a Gn 22, ad Abramo ed Isacco, il figlio unico e diletto. Dio dona il Figlio; l’affermazione non si riferisce solo alla morte in croce, ma a tutta la missione del Figlio nel mondo. In questo modo appare chiaramente che Gesù è colui che rivela il Padre e mette l’umanità in grado di comunicare con Dio.

 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

 Giovanni ora ripresenta il tema del versetto precedente e parla dell’invio (ha mandato) del Figlio per la salvezza: Dio vuole che tutta l’umanità partecipi della sua stessa vita. Il verbo condannare viene qui utilizzato proprio nel suo senso proprio.  

In Gv 12,47 ritroveremo l’affermazione sulle labbra di Gesù: “Non sono venuto per giudicare il mondo, ma per salvare il mondo”, al contrario in Gv 5,22 afferma che il Padre: “non giudica alcuno” perché “ha rimesso interamente il giudizio al Figlio”. Le affermazioni non sono in contraddizione in quanto il giudizio di cui si parla non è l’esercizio di un potere che Gesù attua sull’uomo, che resterebbe un oggetto passivo. L’Inviato del padre al contrario è una presenza che provoca necessariamente una presa di posizione da parte dell’uomo. E’ da questa scelta che dipende il giudizio: incontrare Colui che rivela il Padre offre la partecipazione alla sua stessa vita, è il punto finale dell’Alleanza.

 

13 settembre - Lc 6,20-26

 20Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. 21Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. 22Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell'uomo. 23Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti. 24Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. 25Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. 26Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti.

 20Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:

 Comincia il discorso in pianura, che trova il suo parallelo nel discorso della montagna di Matteo 5-7, anche se troviamo diverse differenze tra i due brani. Il discorso in pianura in realtà è una raccolta di parole di Gesù su diversi temi. Gesù si rivolge ai suoi discepoli cioè alla comunità cristiana. A loro indirizza le esigenze centrali del Regno di Dio. Gesù offre la sua parola efficace, capace di rovesciare la mentalità e il comportamento dell’uomo, per ricrearlo come persona realizzata nella sua dimensione individuale e sociale. La logica puramente mondana viene superata: il rovesciamento delle situazioni umane apre alla sfera del trascendente.

«Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.

 Anche per Luca il discorso comincia con le beatitudini. Gesù da compimento alla profezia di Isaia che aveva letto nella sinagoga di Nazaret (Luca 4,16). Chi sono i poveri per Luca? Non è una situazione spirituale (come per Matteo), ma si tratta della condizione di povertà dei credenti, causata dalla situazione di persecuzione. Luca parla dunque dei cristiani. I discepoli poveri vengono dichiarati felici fin d’ora, non soltanto nel futuro Regno di Dio, non perché la povertà in sé dia la felicità, ma perché essendo in tale situazione essi sono già fin d’ora i sicuri destinatari del Regno.

 21Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.

 La seconda beatitudine concerne gli affamati. Essi fanno parte della categoria dei poveri. Luca pensa alla situazione di coloro che non hanno il necessario per potersi sfamare cioè non hanno il necessario per garantirsi il minimo vitale. A questi poveri Gesù garantisce il Regno di Dio sotto l’immagine del banchetto escatologico, capace di saziare non solo la fame fisica, ma l’uomo nella sua interezza. Nella seconda e terza beatitudine Luca mette un ora, adesso. Non si tratta della realizzazione del tempo di salvezza arrivato con Gesù (cf. Lc 4,21), bensì della sofferenza che ora, in questo momento stanno vivendo gli affamati e gli afflitti. Questa situazione di sofferenza sarà rovesciata all’avvento del Regno.

 Beati voi, che ora piangete, perché riderete.

 La terza beatitudine, rivolta a coloro che piangono. Non si tratta di un pianto occasionale, ma del pianto come esteriorizzazione del dolore, dello sconforto di coloro che nel mondo conoscono le privazione e le sofferenze. Rideranno, non si tratta di un riso di vendetta, ma della gioia di aver raggiunto il regno di Dio. Le beatitudini di Luca vanno lette nella prospettiva di Isaia, in particolare Is 61,1-3. La proclamazione della buona novella consiste in un intervento a favore dei poveri. La regalità di Dio diventa effettiva. La beatitudine dei poveri consiste nel fatto che sono poveri e che Dio vuole prendersi cura di loro.

 22Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell'uomo.

 La beatitudine relativa ai perseguitati è stata aggiunta in un secondo tempo. Riflette in modo più diretto la situazione della Chiesa delle origini rispetto al giudaismo. L’odio è il sentimento di fondo che spiega la persecuzione da parte degli uomini. Mettere al bando può essere una vera e propria zione giuridica, un atto discriminatorio. Insultare era già utilizzato nell’AT per indicare il comportamento degli avversari. Infamare è anch’esso ben conosciuto nell’AT (Dt 22,14.19). Luca ha sfumato un po’ questo verbo aggiungendo un come. Il nome infamato è quello di cristiano. Il trattamento subito dai discepoli li rende dunque poveri, affamati e afflitti. A causa del Figlio dell’uomo essi ricevono questo trattamento. Le parole di Luca servivano a sostenere la fede e la pazienza dei credenti della sua comunità, soggetti a persecuzioni violente.

 23Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.

 La seconda parte di questa quarta beatitudine invita alla gioia, anzi a fare salti di gioia, a danzare, in quel giorno in cui arriveranno le persecuzioni. Il motivo: Dio darà una ricompensa abbondante in cielo. Non si tratta di quantità, ma dell’esperienza piena dell’amore personale del padre. Il riferimento ai profeti perseguitati è un argomento spesso presente nel giudaismo e anche Gesù lo utilizza talvolta.

 24Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.

 Luca alle quattro beatitudini contrappone quattro guai, apparentemente speculari, che fanno loro da sfondo negativo. Il primo guai riguarda i ricchi. Il ricco è, a diversità del povero, colui che possiede, che non è nel bisogno ed è quindi autosufficiente. Non è tanto la ricchezza in sé che Luca critica, ma il fatto che rende i ricchi incapaci di preoccuparsi seriamente del loro avvenire eterno, di rendersi conto dei loro doveri nei confronti dei poveri, di accettare la loro dipendenza nei riguardi di Dio. Il ricco dunque ha già ricevuto la sua consolazione: Luca utilizza un termine commerciale, al ricco è già stato pagato quello che gli era dovuto. Chi erano concretamente i ricchi a cui si rivolge questo guai? Potrebbe trattarsi di un gruppo di falsi profeti (cf. vv. 39-40), sicuri di sé che tendono ad essere ben visti e godere del favore altrui. Oppure sono i responsabili di Israele che rifiutano il Vangelo. Comunque quello della ricchezza è un tema caro a Luca, che attraversa tutto il suo scritto.

 25Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete.

 Alla beatitudine di coloro che hanno fame e piangono si contrappone il “guai” di chi ora è sazio e ride. Certamente Luca non minaccia l’uomo per il semplice fatto che ha da mangiare ed è contento! Egli vede rispecchiarsi in questi atteggiamenti la mentalità del mondo, la pericolosa mentalità dell’uomo soddisfatto che diventa indifferente nei confronti dei bisogni altrui.

 26Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti.

 L’ultimo guai si riaggancia, in modo sintetico, alla quarta beatitudine. Nell’elenco delle calunnie e dei maltrattamenti subiti dai cristiani, l’evangelista sottolinea un aspetto al quale è particolarmente sensibile: la buona reputazione. Il dire bene di qualcuno non riguarda persone degne di elogi, che meritano la buona opinione. Il guai ha di mira coloro che si lasciano adulare, che sono in cerca della stima generale. Come guadagnarsi la lode di tutti senza compromettersi, senza cercare il favore degli uomini?

 La seconda parte ricalca esattamente la finale dell’ultima beatitudine. Forse Luca ha in mente una situazione precisa della comunità cristiana. L’allusione ai padri, cioè ai Giudei, sembra restringere l’orizzonte ai rapporti tra Chiesa e giudaismo. 

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