Vangelo di oggi

23 giugno  - Sacratissimo Cuore di Gesù - Mt 11,25-30

 25In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.

 28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

   25In quel tempo Gesù disse: "Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.

 “In quel tempo” è una notazione cronologica molto generica, che indica simultaneità piuttosto che successione. Quello che noi abbiamo tradotto come “disse” in realtà è un “rispondendo”. Ciò non implica alcuna domanda, ma suggerisce la percezione dei molti che non hanno creduto alle “opere del Messia” e dei pochi che vi hanno aderito.

 Gesù esordisce con una confessione di fede e di lode (exomologoumai, ha anche la sfumatura “ti riconosco, cf. Mt 10,32). Nonostante tutte le apparenze e la grave incredulità appena denunciata delle città che gli sono state più vicine, Gesù ha l’intima certezza che la sua “opera” non è stata vana, e perciò benedice il Padre. Il motivo del ringraziamento ci ricorda le parole polemiche di Isaia 29,14: “Perirà la sapienza dei sapienti e si eclisserà l’intelligenza degli intelligenti”.

 Questo testo viene citato anche da Paolo in 1Cor 1,19. Dio ha nascosto queste cose, cioè le opere del Messia di cui egli parla in Matteo 11,2. Non è che i sapienti non abbiano visto le opere del Messia, ma è sfuggita ad essi la loro reale importanza, il loro significato più profondo. Questo invece è stato rivelato (apokalypto) quasi per connaturalità a coloro che sono sprovvisti di strumenti intellettuali, sprovvisti perfino della capacità di parlare (gli infanti, i semplici, gli ingenui).

 26Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.

 Gesù non ringrazia il Padre perché nasconde ai sapienti, ma perché si rivela agli umili. C’è una logica sottostante a questo e la possiamo vedere in 1Cor 1. La benedizione di Gesù verso il Padre si può chiamare “inno di giubilo”, questo è ciò che è piaciuto a Dio.

  27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.

 Con questo versetto vi è un cambio di prospettiva. Prima era il Padre a rivelare ai piccoli i misteri nascosti. Ora è il Figlio che rivela il Padre a chi vuole. “Tutto mi è stato dato dal Padre”. Questo tutto corrisponde al queste cose del v. 25 e chiama in gioco l’autorità messianica di Gesù, che si opera dappertutto (“Mi è stata data ogni autorità in cielo e sulla terra”).

Il Padre si può conoscere solo attraverso il Figlio. Questo significa che il Padre si rivela agli umili solo attraverso colui che “mite e umile di cuore”.

  28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 

 Siracide 51,23-26 si rivolgeva agli “stolti”, coloro che non hanno istruzione, e li esortava a mettersi alla sua scuola. Gesù invita tutti gli affaticati e i gravati a mettersi alla scuola del regno dei cieli. Egli dunque si rivolge a coloro che sono stanchi a causa dei pesi inutili imposti loro dai sapienti (cf. 23,4) e vuole dare loro riposo. Riposo (anapausis) è un termine tecnico, è il riposo che si può ottenere grazie all’acquisizione della sapienza.

  29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero".

 Vi è un certo “giogo” della sapienza, vi è un carico che non è faticoso, ma riposante. Ne parlano spesso i rabbini, parlando dell’obbedienza alla Torah. Questo giogo però è di Gesù, poiché è Lui la Sapienza, la Torah personificata. Prendere il suo giogo significa imparare da lui, diventare suo discepolo. Non significa soltanto studiare la Torah, ma porsi alla sequela di Gesù, “mite e umile di cuore” come lo sono i piccoli, gli infanti. Il termine “mite” si incontra anche nelle Beatitudini (5,5) e nell’entrata di Gesù in Gerusalemme (21,5). E’ su questa mitezza che si fonda la connaturalità della rivelazione di Gesù ai poveri, agli afflitti, ai perseguitati

 

 

22 giugno - Mt 6,7-15

7Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. 8Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.  9Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, 10venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. 11Dacci oggi il nostro pane quotidiano, 12e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, 13e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male.

 14Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; 15ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe. 

 

7Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole.

L’esatta etimologia del termine greco battalogeo è oggetto di discussione, nel presente contesto il verbo allude a un fiume di parole e di formule, deve essere distinto dall’esortazione del Nuovo Testamento a pregare con perseveranza (Lc 11,5-8) e incessantemente (1Ts 5,17). Nell’esperienza di Matteo sono i pagani che si dedicano a lunghe formule di preghiera per essere ascoltati. Nella preghiera noi vogliamo essere ascoltati da Dio, ma siamo noi a dover ascoltare lui.

 8Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.

L’idea pagana di un Dio che può essere manipolato con un fiume di parole è in netto contrasto con il Padre celeste d’Israele che dice: “Prima che mi invochino, io risponderò; mentre ancora stanno parlando, io già li avrò ascoltati (Is 65,24). Anche se Dio sa già di cosa ho bisogno, preferisce che io mi rivolga a Lui con la fiducia di un bambino. Questo rivolgersi a Lui con fiducia è la sostanza della preghiera, sempre gradita al suo cuore.

 9Voi dunque pregate così:

Gesù stesso ci insegna come pregare. Il suo è un imperativo, pregherete così, con uno stile completamente opposto a quanto è stato detto nei capitoli precedenti. Non davanti agli uomini, ma nella camera più interna della casa, nella dispensa. Le prime tre domande riguardano il bisogno che abbiamo del Padre celeste. Le altre quattro, il bisogno dei suoi doni per vivere il dono. Segue un’aggiunta sul perdono: la fraternità è sacramento della paternità, il perdono al fratello è luogo del dono del Padre.

La preghiera del Padre nostro è comune a Matteo e a Luca. Poiché la versione di Luca è molto più stringata, gli studiosi pensano sia quella più vicina all’originale delle comunità cristiane dei primi secoli. Matteo deve averla ampliata secondo le proprie intenzioni.

 Padre nostro

L’espressione Abbà in aramaico significa papà, termine affettuoso e familiare. E’ il primo balbettio dell’infante verso il padre. Questa parola esprime l’esperienza fondamentale dell’uomo nuovo, che in Cristo Gesù si sente figlio di Dio, erede dei suoi beni e della sua stessa vita, l’amore reciproco tra Padre e Figlio che abbraccia tutti e tutto.

Nostro. Il Padre di Gesù diventa “nostro”, crea fraternità tra di noi e tra noi e Gesù.

 che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome,

Dio è vicinanza e familiarità, tenerezza e protezione, ma sta nei cieli, è grande è diverso da noi.

La prima petizione ha un suo parallelo nella preghiera ebraica Kaddish: “Possa il tuo grande nome essere esaltato e santificato”. Per la santificazione del nome di Dio si veda Lv 22,32. Nel giudaismo più tardivo significava affrontare il martirio per motivi religiosi.

 10venga il tuo regno,

La seconda petizione esprime il tema centrale di tutta la preghiera: la venuta del regno di Dio in tutta la sua pienezza. Il riferimento punta a un regno futuro, escatologico. Quando si realizzerà, tutte le creature “santificheranno” il nome di Dio e la volontà di Dio sarà perfettamente eseguita sulla terra. Ma c’è un Regno già presente che si realizza nella fraternità tra i figli.

 sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra.

Questa richiesta, aggiunta da Matteo guarda in avanti a ciò che accadrà quando il regno di Dio sarà realizzato: una perfetta armonia tra ciò che avviene in cielo e ciò che avviene sulla terra. Presa in questo senso escatologico la petizione non aggiunge niente a quella precedente. La richiesta però ha una valenza anche nel presente. L’amore che è in cielo tra Padre e Figlio sia vissuto anche in terra tra gli uomini, i quali sono fratelli tra di loro. Così si compie la volontà del Padre, nell’amore per i fratelli.

 11Dacci oggi il nostro pane quotidiano,

Il termine greco epiousios è inteso come giorno che viene. Questo potrebbe riferirsi al Giorno del Signore escatologico, oppure come preghiera del mattino potrebbe alludere al cibo necessario per il resto della giornata. La traduzione latina supersubstantialis, nella pietà cristiana spesso riferita all’Eucaristia, potrebbe contenere un’allusione alla manna donata a Israele nel deserto. Questo pane è nostro, non è mio, Se non è condiviso con i fratelli, non è pane del Padre della vita.

 12e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,

Rimettere è mandare via, allontanare. Luca non dice debiti ma peccati. In realtà entrambi i testi indicano la stessa cosa. L’immagine dei debiti per descrivere i peccati verso Dio è comune negli scritti ebraici. L’idea di condonare i debiti perché Dio li ha condonati per primo si trova in Dt 15,1-2. L’idea di perdonare ad altri proprio perché noi stessi siamo stati perdonati è sottolineata in Mt 6,14-15.

 13e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male.

L’idea di Dio che mette alla prova, saggia, scruta l’uomo si trova nel Sal 11,5 e 26,2. La prova di cui si parla qui è l’esame finale, escatologico, al quale tutti dovranno sottoporsi. La petizione chiede a Dio di non farci cadere in questa prova. Dio non è colui che ci induce in tentazione, ma colui che ci dà la forza di non cadere. Le tentazioni fanno sempre parte del nostro cammino. Dio non ce ne libera ma in esse ci aiuta perché invece di luogo di sconfitta siano luogo di vittoria oppure occasione di misericordia. Il termine poneros è ambiguo, può significare il “male” o il “Maligno”. Se l’interpretazione escatologica è corretta, è più logico intendere poneros nel senso di Satana.

14Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; 15ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

Troviamo qui una ripresa del v. 12. L’idea di uno stretto rapporto tra la nostra disponibilità a perdonare gli altri e la disponibilità di Dio a perdonare le nostre colpe è espressa in Sir 28,1-2. Per le colpe si usa qui paraptomata, un termine diverso da quello precedente di debiti. In queste parole sono una verifica per vedere se ho pregato in verità. Se non ho perdonato al fratello non riconosco Dio come Padre e non accetto il suo perdono per me. Giusto non è chi non pecca, ma chi perdona come il Padre. 

 

 

21 giugno - Mt 6,1-6. 16-18

 1State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c'è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. 2Dunque, quando fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 3Invece, mentre tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, 4perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

 5E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

 16E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un'aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 17Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, 18perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

 

 1State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c'è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.

 Il Signore ci mette in guardia. Non dobbiamo “praticare la nostra giustizia” davanti agli uomini. Praticare la giustizia è un termine tecnico, è seguire la Legge, compiere ciò che è prescritto dal buon israelita. Gesù si riferisce in particolare all’atteggiamento dei farisei, i quali avevano come intento fondamentale appunto quello di osservare scrupolosamente la Legge, ma spesso il loro atteggiamento rimaneva superficiale e non andava al cuore della loro vita. Lo scopo risultava essere quello di essere ammirati dagli altri. Per queste persone il giudizio è categorico: non riceveranno ricompensa (salario) da parte di Dio. Non bisogna compiere le opere di giustizia per ottenere un tornaconto, ma queste ci aiutano ad entrare in comunione con Dio che è il primo ad essere giusto e misericordioso. E’ questa la vera ricompensa.

  2Dunque, quando fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.

 Gesù passa in rassegna tre attività fondamentali del pio israelita. La prima è l’elemosina. Nella Legge erano previste delle procedure precise per sfamare i poveri (es. la decima triennale prevista da Dt 14,28-29), ma l’elemosina personale e spontanea era considerata un elemento di distinzione delle persone pie. Proprio per questo Gesù ricorda di compiere questo gesto senza suonare la tromba. Ovviamente è un’espressione iperbolica, suggerisce di non sottolineare il gesto in sé come ovviamente molti invece facevano. Costoro vengono chiamati ipocriti, cioè equiparati agli attori che con una maschera davanti alla faccia inscenavano sentimenti non propri. Il termine è passato nel parlare comune, indicando appunto colui che atteggia sentimenti non del tutto sinceri. Questi ipocriti che vogliono essere ammirati dalla gente hanno già ricevuto la loro ricompensa, hanno raggiunto il loro obiettivo.

  3Invece, mentre tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, 4perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

 Gesù esorta il suo interlocutore a fare l’elemosina in modo tanto segreto che la mano sinistra non sa cosa abbia fatto la mano destra. Questo sembra quasi un proverbio. Non è molto chiaro in cosa consista questo modo di fare segreto, però si può arguire significhi che nemmeno il nostro amico più intimo sappia quando e cosa abbiamo dato in elemosina. Dio invece vede nel segreto, conosce la tua elemosina e le motivazioni con cui l’hai compiuta, e ricompenserà la tua generosità.

  5E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.

 Ancora gli ipocriti vengono additati come esempio negativo. Vi erano dei momenti di preghiera comune compiuti al Tempio o nella sinagoga, però poi vi erano delle persone che pregavano da sole in questi luoghi o addirittura all’esterno, nelle piazze, sempre per farsi vedere. Gesù critica queste persone, sempre per i motivi di cui sopra.

 6Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

 L’atteggiamento antitetico a costoro è quello di chi si ritira nella camera, tameion che può indicare un magazzino o una dispensa, oppure la stanza più interna della casa. In ogni caso era un locale che non aveva finestre e quindi era proprio il luogo meno indicato per mettersi in mostra. Non solo: bisogna chiudere anche la porta. La preghiera viene dunque vista come un impegno personale, un incontro con Dio, non certo un modo per ostentare la propria pietà religiosa. Di nuovo si ripete la conoscenza da parte di Dio e la sua ricompensa, secondo lo stile amato dalla letteratura ebraica. I versetti 7-15 sono stati tagliati e Matteo li dedica al Padre Nostro. Gesù ci suggerisce di non sprecare troppe parole quando preghiamo e ci indica quali sono le parole giuste, quelle appunto del Padre Nostro, accompagnate anche dall’esortazione a perdonare coloro che ci hanno fatto dei torti.

  16E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un'aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.

 Infine si arriva al digiuno. Il digiuno richiesto dalla Legge era quello del Giorno dell’espiazione (Lv 16,31). Inoltre in caso di disastri nazionali o momenti di particolare necessità veniva indetto un digiuno pubblico. L’atteggiamento che Gesù vuole criticare qui è però il digiuno privato, che i farisei praticavano il lunedì e il giovedì. Anche qui vi era chi ostentava la sua situazione di digiuno per farsi notare e ammirare dagli altri.

  17Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto,18perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

 Gesù dà invece dei consigli di bellezza, non assumere uno stile di lutto, ma di gioia. Il profumarsi il capo con l’olio veniva fatto nei giorni di festa. In fondo il digiuno, se fatto con il desiderio di incontrare il Signore è un momento di festa e di gioia. 

 

 

20 giugno -  Mt 5,43-48

 43 Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. 44 Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, 45 affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. 46 Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 48 Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

 43Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico.

 Il comandamento dell’amore del prossimo riguardava i membri del popolo di Israele e si trova in Lv 19,18. L’odio per il nemico non risulta nell’Antico Testamento. Nei rotoli di Qumran vi è l’esortazione ad “odiare i figli delle tenebre”, intendendo coloro che si oppongono all’angelo della Luce.

  44Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano,

 Il compimento della Legge anche in quest’ultima antitesi è totale. Il male non deve trovare strada nei nostri cuori. Anche se vi fossero dei cosiddetti nemici essi non vanno odiati e il male che ci fanno deve essere bloccato in ogni modo. Gesù ci esorta ad amarli e a pregare per loro.

  45affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.

 Amare i nemici non è una cosa che possiamo fare in base alle nostre forze, dobbiamo attingere all’amore che Dio Padre ha nei confronti nostri e anche dei nostri nemici. Se siamo figli dobbiamo seguire l’esempio del nostro Padre che elargisce i doni della natura sia ai buoni che ai malvagi.

  46 Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?

 Qui vengono dati due esempi che portano a una giustizia superiore (come in Mt 5,20, dove i discepoli erano invitati ad essere superiori agli scribi e ai farisei). I pubblicani e i pagani erano considerati persone inferiori rispetto ai credenti israeliti, quindi l’esempio è calzante. Gesù invita i suoi discepoli ad andare oltre alle simpatie semplicemente umane.

  48Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

 L’epilogo delle antitesi è dunque l’invito a seguire l’esempio del Padre. Perfetto in questo senso riguarda l’ “interezza” di Dio che si cura di tutti, che ama tutti. L’obiettivo della Legge è dunque quello di renderci capaci di amare come ama il Padre.

 

 

 

19 giugno -  Mt 5,38-42

 38 Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. 39 Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l'altra, 40 e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. 41 E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. 42 Da' a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.

 43 Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. 44 Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, 45 affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. 46 Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47 E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 48 Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

  

38 Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente.

 La “legge del taglione” si trova in Es 21,24 e in altri due testi del Pentateuco. Al suo nascere era una legge molto saggia. In una società ancora piuttosto primitiva aveva l’intento di contenere la vendetta entro certi limiti e di evitare il prolungarsi delle vendette e delle rappresaglie tra tribù e clan avversari. Come è formulata nell’Antico Testamento affermava la responsabilità personale delle proprie azioni, l’uguaglianza delle persone davanti alla legge e la giusta proporzione tra il reato e la punizione. Non si sa se questa legge fosse ancora vigente all’epoca di Gesù.

 39 Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l'altra,

 Il superamento della legge compiuto da parte di Gesù si applica qui alle situazioni di conflitto. Se la legge del taglione cercava di porre un argine al male, Gesù ci richiede un atteggiamento che cerca soprattutto la pace, il superamento dei rancori e dei conflitti. Quindi chiede di non opporsi al male, ma di lasciarlo cadere, di far comprendere a colui che compie il male l’inutilità del suo gesto. Gli esempi riportati vanno tutti in questa direzione. Il malvagio, l’avversario con un gesto di violenza richiederebbe una reazione uguale e contraria. Il credente risponde in modo magnanimo, dando il doppio di ciò che gli viene richiesto, offrendo al malvagio un nuovo modo di vedere le cose.

 Lo schiaffo sulla guancia destra è quello che procura meno dolore poiché viene fatto con la mano destra rovesciata. Era considerato più un gesto di offesa che di violenza. Il porgere la guancia sinistra era dunque una provocazione alla rovescia per far capire all’aggressore che il male non porta a niente.

 40 e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.

 Questo caso è quello del creditore che in tribunale chiede la soddisfazione del proprio credito. La tunica (chiton) era l’indumento maschile principale. Sopra la tunica si poteva portare anche il mantello. Era il mantello solitamente che si lasciava in pegno per i propri debiti. Anche qui viene sottolineata un’esagerazione per sottolineare l’esagerazione di una tale richiesta.

 41 E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due.

 I soldati romani avevano il diritto di costringere i civili a prestare qualche servizio. Essi dunque potevano costringerli a portare dei bagagli per dei tratti di strada più o meno lunghi (è questo il caso del Cireneo, costretto ad aiutare Gesù a portare la croce, Mt 27,32). Gesù consiglia di raddoppiare la lunghezza del percorso, quasi a dire “Non sei tu che mi costringi, sono io che ti voglio aiutare di mia spontanea volontà”.

 42 Da' a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.

 La quinta antitesi esorta alla generosità nei confronti dei mendicanti e di coloro che chiedono prestiti, senza guardare alla restituzione. Questa affermazione si trovava anche in Dt 15,7-11.

 

18 giugno - Gv 6,51-58

 In quel tempo Gesù disse alla folla: 51“Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo".  52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: "Come può costui darci la sua carne da mangiare?". 53Gesù disse loro: "In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno".

 

 51 “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo".

 Questo versetto acquista maggior senso se lo si legge insieme ai due che lo precedono. Gesù infatti aveva appena detto: «Sono io il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto... e sono morti. Questo è il pane che discende dal cielo: chi ne mangia non muore». Pur avendo mangiato la manna i padri sono morti: questo nutrimento (la Legge) si è dimostrato inefficace per comunicare la vita. Ora il pane del cielo che è Gesù abolisce per sempre la morte per colui che ne mangia. Gesù aveva già detto in 5,24: «Chi ascolta la mia parola è passato dalla morte alla vita».

 Ma ecco qui qualcosa di nuovo che dà fondamento all’affermazione precedente: Gesù afferma di essere non solo il pane di vita, ma il pane vivente. Immediatamente il lettore è condotto a una nuova rivelazione: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Questa parola di Gesù deve essere esaminata da vicino. Essa è introdotta da un costrutto tipicamente greco kaì dé che può essere reso così: «Quanto al pane...» oppure «Più ancora! Il pane...». Queste affermazioni le aveva fatte già ai vv. 6,35.48.51a. Ma al v. 51c egli si dichiara anche il donatore di questo pane.

 La metafora del pane ora è decodificata: in questo nuovo annuncio Gesù la interpreta chiaramente. E’ importante anche sottolineare il senso dei termini «carne» e «per».

 Col termine «carne» (sarx) Gesù intende se stesso nella sua condizione mortale. La parola «carne» si richiama poi direttamente a quanto detto nel Prologo sul modo in cui il Logos si fa presente tra noi (1,14). L’uso di questo termine ci riporta quindi tiene viva qui al mistero dell’Incarnazione, che il discorso del cap. 6 ha messo in rilievo col tema della discesa dal cielo.

 La preposizione «per» (hyper) con il suo senso «a favore di» in Gv indica di solito la finalità del dono che Gesù fa per la sua vita per (a favore) delle sue pecore, per il popolo, per le nazioni, per i suoi discepoli.

 Questo linguaggio esprime anzitutto, attraverso il termine sarx, l’effetto vivificante dell’incar-nazione e con il futuro «io darò», anche la morte di Gesù come sorgente di vita per il mondo. Come si può intuire, Gesù non sta ancora parlando dell’Eucarestia, piuttosto il suo discorso è un invito ad aderire a Lui, salvatore del mondo.

 

52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: "Come può costui darci la sua carne da mangiare?".

 I giudei hanno capito bene: la morte volontaria di Gesù produrrà «la vita del mondo». Essi rifiutano che la salvezza universale (e anzitutto la loro salvezza), possa provenire dal dono di sé di un uomo.

Essi si rifiutano di dipendere radicalmente, per la vita eterna, da questo Gesù che sta parlando con loro, dipendenza intollerabile e anche sacrilega per chi non riconosce altro salvatore che JHWH. E’ lo scandalo della croce che qui affiora.

 Ma perché questa obiezione è espressa in modo così crudo? E’ possibile che il narratore volesse rimproverare l’incomprensione degli ambienti giudaici verso l’eucaristia praticata dai cristiani. La formulazione, tuttavia, si giustifica anche con la tecnica dei dialoghi giovannei: all’insaputa di chi le solleva, le obiezioni annunciano ulteriori chiarificazioni, mettendo così in evidenza il punto nevralgico della parola di Gesù.

  53Gesù disse loro: "In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 

 Gesù risponde a coloro che disputavano sulle sue parole rincarando ancora di più la dose. Egli infatti introduce nel discorso anche la necessità di «bere il suo sangue». Però sfuma un po’ l’affermazione. Non dice più «la mia carne», ma «la carne del Figlio dell’uomo». Era proprio la sfiducia in Gesù come uomo qualunque che aveva fatto avanzare obiezioni tra i giudei. Gli uditori sono chiamati così ad andare oltre alla sua presenza corporea e a riconoscerlo come l’Inviato da Dio. Nella sua risposta all’obiezione dei giudei, Gesù coinvolge pienamente i suoi uditori: bisogna che mangino la sua carne e bevano il suo sangue. Cosa significa? Non dobbiamo avere fretta di giungere al significato eucaristico con cui queste pagine sono state lette lungo i secoli. Mangiare e bere il Figlio significa accogliere la rivelazione del sacrificio del Figlio dell’uomo. Significa credere. Attraverso questa fede il discepolo vivrà della vita stessa del Figlio di Dio.

 Cosa indicano le espressioni «la carne e il sangue»? Solitamente indicano la fragilità della condizione umana, nella sua dimensione terrestre (Mt 16,17; Eb 2,14), è la condizione mortale che il Logos ha fatto propria nell’Incarnazione.

 Ma la carne e il sangue indicano anche i due elementi del sacrificio ebraico. La carne veniva mangiata e il sangue versato sull’altare (Lv 7,14s; Dt 12,27). C’è un riferimento alla morte di Gesù come superamento dei sacrifici che si facevano nel Tempio.

 Ancora il sangue per i giudei è la vita stessa, di cui solo Dio dispone; il sangue della vittima sacrificale è versato sull’altare e ha valore espiatorio (Lv 17,10-14).

  54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 

 Questo versetto ripropone il contenuto del precedente, volto alla forma positiva. Promette ancora la vita e avvalora la propria affermazione con la promessa della risurrezione nell’ultimo giorno.

  55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 

 Il perno della risposta di Gesù ai giudei è questo versetto. Qui si parla di un vero cibo. Questo termine si trova già nel v. 31 in cui si parla di «pane del cielo» o «pane della vita». L’aggettivo «vero» equivale all’avverbio «veramente». Davvero questa carne e questo sangue si rivelano come gli elementi in grado di compiere perfettamente la funzione di soddisfare la fame e la sete di cui parlava Gesù in Gv 6,35b: «Chi viene a me non avrà mai più fame, chi crede in me non avrà mai più sete». Mangiare e bere hanno il senso di credere, di aderire fermamente al mistero di Cristo.

  56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 

 Questo versetto introduce il tema del «dimorare». Il mangiare la carne e bere il sangue annulla le distanze tra Dio e la persona umana. Come nei libri sapienziali (Pr 9,5) chi si appropria del nutrimento che è l’insegnamento celeste, entra nell’amicizia divina: la Parola apre nuovi orizzonti alla persona che la ascolta. Così il Figlio nei confronti di chi lo accoglie, di chi crede in Lui.

  57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 

 Ma come si realizza questo «dimorare»? Sul modello della relazione che vi è tra il Padre e il Figlio. Vi è una comunione di due persone che non produce fusione, annullamento delle due identità. C’è un equazione: come il Padre fa vivere il Figlio, così il Figlio fa vivere il credente che lo mangia. Il rapporto Padre/Figlio è il modello fondante. Ogni vita, avendo la sua origine nel Padre che è vivente, può esistere unicamente nella comunione con Lui, sia nel Figlio, sia nel credente: è questa «dimora» che esprime la relazione Padre/Figlio e la relazione Figlio/credente.

  58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno".

 Questo versetto incornicia tutto il discorso del pane di vita. Infatti già al v. 49 Gesù aveva ricordato i padri che avevano mangiato la manna nel deserto e che erano morti. C’è un evento passato che deve essere superato. La norma per il presente è il v. 57: la relazione tra il discepolo e Gesù che dà nuova vita. La manna e la Legge date da Dio erano delle prefigurazioni del vero pane che è Gesù, dato da Dio e donatosi fino alla morte per compiere il nostro passaggio dalla morte alla vita. 

 

 

17 giugno - Mt 5,33-37

 

33 Avete anche inteso che fu detto agli antichi: "Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti". 34 Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, 35 né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. 36 Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. 37 Sia invece il vostro parlare: "Sì, sì", "No, no"; il di più viene dal Maligno.

 

 33Avete anche inteso che fu detto agli antichi: "Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti". 34Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, 35 né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re.

 

La quarta antitesi riprende il testo di Lv 19,12 che vietava esplicitamente di giurare il falso utilizzando il nome di Dio. Qui l’uso improprio del nome di Dio nei giuramenti si deduce dal seguito del discorso. Gesù chiede ai suoi discepoli di non giurare per niente perché una persona che è retta e onesta non deve prendere a testimone nessuno per avvalorare le proprie affermazioni. E’ la sua rettitudine che vale come garanzia di ciò che dice.

 

Vi era al tempo di Gesù l’abitudine di giurare su Dio, non nominandolo direttamente, bensì usando dei termini sostitutivi (il cielo, la terra, Gerusalemme…). Gesù ricorda che questi termini sotitutivi avevano comunque la loro dignità e che quindi non era corretto farvi ricorso.

 

 36Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello.

 

Anche l’uso di giurare per la propria testa viene riprovato da Gesù. Il proprio corpo è dono di Dio e non ne possiamo disporre a nostro piacimento! Divertente l’affermazione di Gesù sul colore dei capelli. L’uso di tingere i capelli era diffusissimo sin dall’antichità, ma non poteva mai essere definitivo, quindi risultava essere una prova ulteriore dell’impotenza umana nel cambiare la natura delle cose.

 

 37 Sia invece il vostro parlare: "Sì, sì", "No, no"; il di più viene dal Maligno.

 

Gesù richiama a non sprecare parole inutilmente, ma a parlare e ad agire con rettitudine. Il maligno di cui si parla nel v. 37 può essere riferito sia all’uomo che compie il male sia a Satana, che si annida nei falsi giuramenti e nei discorsi troppo lunghi e complicati. 

 

16 giugno - Mt 5,27-32

 27 Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. 28 Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.

 29Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. 30E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.

 31Fu pure detto: "Chi ripudia la propria moglie, le dia l'atto del ripudio". 32Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all'adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.

  

 27Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. 28Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.

 La seconda antitesi ripropone lo stesso schema riguardante l’omicidio. Anche l’adulterio era previsto dal Decalogo (Es 20,14; Dt 5,18). Per adulterio si considerava quello tra una donna sposata o promessa sposa e un uomo che non fosse suo marito. L’offesa era fatta al marito legittimo e doveva essere punita con la morte di entrambi i colpevoli (Dt 22,22-24). Anche qui Gesù va alla radice del peccato in questione: già il desiderio di una donna è un adulterio, rompe un relazione di armonia tra persona e persona, tra la persona e il proprio Dio. Del resto questo divieto del desiderio era già previsto dal nono comandamento.

  29Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna.

 Collegandosi con la citazione dell’occhio del versetto precedente Gesù continua a parlare in senso ampio di azioni che non vanno fatte. La parte destra del corpo umano solitamente è considerata la più nobile soprattutto perché quella più utilizzata (le persone mancine dovrebbero essere attorno al 7-10% della popolazione totale). Ciò riguarda soprattutto la mano, però si riflette anche sull’occhio (per esempio per prendere la mira). L’occhio nell’anatomia spirituale ebraica era appunto la sede dei desideri e delle passioni. Gesù ci invita decisamente a coltivare i nostri desideri e a indirizzarli al bene. Come abbiamo ricordato più sopra, la Geenna era il fuoco della pena eterna.

  30E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.

 Lo stesso discorso del versetto precedente vale per la mano, simbolo per eccellenza dell’azione.

  31Fu pure detto: "Chi ripudia la propria moglie, le dia l'atto del ripudio". 

 La terza antitesi riguarda ancora il matrimonio. La legge ebraica permetteva il divorzio, o meglio il marito poteva ripudiare la moglie qualora avesse trovato in lei qualcosa di vergognoso (Dt 24,1). La legge non specificava meglio, per cui le scuole rabbiniche si schieravano in giudizi più o meno restrittivi riguardo a tale vergogna.

  32Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all'adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.

 Anche per questa norma Gesù risale al significato più profondo del matrimonio, simbolo del legame di amore che c’è tra Dio e le sue creature. L’abbandonare la propria moglie la pone in una situazione di necessità e di adulterio, peccato ancora peggiore di quello che può aver causato il ripudio.

 Gesù ammette il ripudio solo in caso di unione illegittima. Il termine greco originale (porneia) viene riportato solo da Matteo e la sua interpretazione è ancora controversa. Si tratta forse di un’unione illecita (come nel caso di consanguinei, cfr. Lv 18,6-18 ; Mt 19,3-9) che altre culture invece ammettevano. 

 

 

15 giugno - Mt 5,20-26

 

20 Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.  21 Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. 22 Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: "Stupido", dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: "Pazzo", sarà destinato al fuoco della Geènna. 23Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24 lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. 25 Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. 26 In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo! 

20 Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.

 

La Legge da sempre è il termometro della giustizia di una persona, del suo essere giusto davanti a Dio. Gli scribi e i farisei che tendevano alla giustizia, ma che alla fin fine si accontentavano di assumere una bella facciata, non sono i modelli da seguire. La loro giustizia non serve per entrare nel regno dei cieli, cioè nella relazione di amicizia più vera nei confronti di Dio.

 

Termina qui il lungo preambolo reso necessario poiché l’argomento era estremamente scottante. Quattro le affermazioni preliminari: 1. Gesù è venuto a dare compimento non ad abolire la Legge. 2. La legge rimane del tutto valida fino alla fine del mondo perché contiene delle promesse che si devono realizzare. 3. Essa dunque va osservata in modo integrale, senza cercare scappatoie. 4. La Legge permette di realizzare una vera giustizia, non quella ipocrita dei farisei.

 

 21 Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio.

 

Finalmente si entra nel vivo del discorso. Gesù afferma in modo esplicito in cosa consista il compimento della Legge, attraverso sei antitesi (quattro le leggiamo nel brano di oggi e due le leggeremo domenica prossima). Nella loro lettura sarà chiaro in quali termini la Legge si dichiara compiuta.

 

La prima antitesi riguarda l’omicidio, cioè la soppressione ingiusta della vita di qualcuno (l’omicidio viene tuttora ammesso in caso di legittima difesa). Il divieto di uccidere era presente nel decalogo (Es 20,13; Dt 5,17), mentre il rinvio a giudizio si trova in altri passi del Pentateuco.

 

 22Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: "Stupido", dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: "Pazzo", sarà destinato al fuoco della Geènna.

 

Gesù compie il comandamento risalendo alla radice dell’omicidio, cioè all’ira e ad ogni atteggiamento che può condurre a un gesto estremo. Non basta dunque non uccidere, dobbiamo coltivare in noi atteggiamenti di benevolenza e di accoglienza nei confronti degli altri, nel rispetto della loro vita. Proseguendo Gesù equipara all’omicidio anche altre mancanze di rispetto: la maldicenza e l’offesa. Sono tutti atteggiamenti che sminuiscono la dignità di una persona, dignità che invece ha anche solo per il fatto di essere figlio di Dio, perciò nostro fratello. Le sanzioni previste per questa infrazione ricorrono ai tribunali umani: il giudizio, cioè il tribunale, il Sinedrio, un tribunale religioso e infine la Geena, cioè l’inceneritore pubblico di Gerusalemme, simbolo del giudizio finale. L’accoglienza del fratello e il rispetto della sua vita sono dunque molto importanti se la loro mancanza produce pene così forti.

 

 23Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te,

 

Nel compimento del “non uccidere” Gesù approfondisce i valori che si devono seguire nelle relazioni tra i fratelli. Fratelli erano considerati coloro che appartenevano al popolo di Israele, ma anche alla nuova comunità dei cristiani. Il vangelo ci ha insegnato a considerare fratelli tutti coloro che appartengono alla natura umana. Con questa affermazione Gesù intende sottolineare il fatto che non si può essere in pace con Dio se non si è prima in pace con i fratelli. Interessante notare che è il fratello che ha qualcosa contro di te, quindi sei tu che devi averlo offeso e quindi gli devi chiedere il perdono.

 

 24 lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.

 

L’offerta a Dio deve aspettare di essere compiuta da un animo pienamente rappacificato. C’è una comunione che si esprime soprattutto nei rapporti con le altre persone e poi viene portata a compimento davanti a Dio. Qui Gesù era certo polemico contro gli atteggiamenti farisaici di chi calpestava il proprio prossimo ma era ligio ai doveri del culto e della preghiera al tempio.

 

25Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. 26In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo!

 

Troviamo qui una norma prudenziale. Gesù suggerisce di risolvere i problemi a tu per tu con il proprio avversario, cercando mediazioni e accordi personali. Forse vi erano nella comunità di Matteo delle vertenze giudiziarie tra i cristiani e queste davano motivo di scandalo. Il suggerimento è quello di evitare il più possibile il ricorso ai tribunali e ai giudici che realizzano una giustizia alla fin fine disumana. 

 

 

14 giugno - Mt 5,17-19

17 Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. 18 In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. 19Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. 20 Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.

 17 Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento.

Gesù afferma di voler portare a compimento la Legge e i Profeti. Legge e Profeti erano le prime due grandi parti della Bibbia ebraica: i precetti del Signore e le parole dei suoi servi (i profeti appunto) che ricordavano al popolo di Israele tali precetti nei momenti in cui vi erano delle difficoltà (invasioni, deportazione…). Si tratta dunque di tutto l’Antico Testamento. Queste parole iniziali attiravano l’attenzione di tutti coloro che erano cresciuti studiando e osservando tutto ciò che era scritto nella Bibbia e che poi avevano aderito al Vangelo.

E’ importante ricordare che la Legge (la Torah consegnata sul Sinai a Mosé) è prima di tutto un dono che Dio ha fatto al suo popolo, con lo scopo di far conoscere la sua volontà salvifica. Un esempio di questo pensiero lo si può trovare nel lungo salmo 118 (119) in cui si cantano le lodi della Legge. In ebraico Torah deriva dal verbo istruire con un particolare riferimento all’istruzione trasmessa dal Pentateuco. La Torah è un insieme di leggi, ma anche una maestra di vita.

Gesù dà pieno compimento alla legge poiché la osserva. Inoltre egli è il Messia predetto dalla Scritture, quindi le porta a compimento. Infine la porta a compimento in quanto nel comandamento dell’amore indica il perno attorno a cui ruota tutta la Rivelazione.

 18 In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.

Ricorrendo a un iperbole di stile orientale Gesù ribadisce il concetto. Fino alla fine del mondo, quindi in modo del tutto assoluto, la Legge manterrà la sua validità. Questo poteva mettere in pace quanti erano rimasti fedeli alla Legge e che con il cristianesimo si sentivano certo defraudati di un valore importante. L’iperbole è ancora più forte perché della Legge vuole mantenere i segni più piccoli. Uno è lo iota, traduzione della parola iod la lettera dell’alfabeto ebraico più piccola, in quanto somiglia al nostro apostrofo. Il trattino (keraia, in greco) indica un segno grafico piccolissimo.

Senza che tutto sia avvenuto: la Torah, l’Antico Testamento mantengono la loro forza riguardo a quanto hanno insegnato e predetto. La presenza di Gesù li porta a compimento, sia per quanto riguarda il giudizio alla fine dei tempi, sia rispetto alla morte e risurrezione di Gesù.

 19 Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.

 

Gesù indugia ancora nel rassicurare il suo pubblico israelita affermando la validità della legge. Anzi si mette in atteggiamento polemico nei confronti dei rabbini del suo tempo che osavano fare delle gerarchie all’interno della Legge distinguendo tra precetti più o meno importanti. Già qui troviamo affermato il senso generale della Legge, va osservata per il suo valore di unione a quel Dio che l’ha donata, non in forza del singolo precetto. Così l’osservanza o meno della legge si traduce in termini di importanza all’interno del regno dei cieli, cioè nella maggiore o minore intensità di relazione con Dio.

 

13 giugno - Mt 5,13-16

 13«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. 14 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15 né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

 

13Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.

 Le ultime battute del brano precedente parlavano della beatitudine riguardante la persecuzione e della ricompensa che avrebbero ottenuto quanti sarebbero stati investiti da tale persecuzione. Ora si passa a tre immagini che fanno comprendere in modo vivo quali siano le caratteristiche del discepolo.

 La prima è quella del sale, al quale si associano diverse funzioni: dà sapore ai cibi, li conserva e nei sacrifici antichi si utilizzava allo scopo di purificare la vittima offerta (cf. Lv 2,13). Inoltre nell’AT il sale per le sue proprietà di conservazione veniva considerato simbolo di valori duraturi (Nm 18,19; 2Cr 13,5). Infine è ritenuto simbolo di sapienza.

 La comunità cristiana dunque è sale della terra poiché il vangelo dà senso non solo all’esistenza personale, ma anche a quella di ogni persona e di tutta la comunità umana. Infatti la fede in Cristo ci rende consapevoli della nostra identità di figli del Padre e conseguentemente di fratelli e sorelle.

 Anche il sale però può essere adulterato e perdere le sue proprietà. Molto più il credente può perdere  credibilità e significato quando il suo vivere non ha più il sapore del vangelo: il discepolo che non ha il sapore di Cristo non serve a nessuno e a buon ragione può essere messo in ridicolo.

 14 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte,

 In questo versetto abbiamo la seconda e la terza immagine: la luce, che sarà ripresa ai vv. 15-16, e la città costruita sul monte. Quest’ultima fa forse riferimento alla città di Gerusalemme (cf. Is 2,2-3) costruita sul monte Sion, dove si trova il tempio del Signore. La comunità cristiana è come la città santa, dove si vivono relazioni sante.

 Il tema della luce è molto presente nei testi NT in particolare riferito a Gesù; in Mt 4,12-17 (vedi 3a domenica del tempo ordinario) egli era stato indicato come la grande luce che rischiara le terre di Zabulon e Neftali. Restando in lui i credenti possono a loro volta essere luce del mondo per tutti quelli che stanno nella casa. Anche per questo tema abbiamo un riferimento ad Israele (che per primo nell’AT viene  detto luce delle nazioni, Is 42,6 e 49,6) rafforzando l’idea che la comunità cristiana è il nuovo Israele.

San Paolo nelle sue lettere dirà che i cristiani devo splendere come astri nel mondo (Fil 2,15) e che sono luce nel Signore, dopo essere stati tratti dalle tenebre (Ef 5,8).

  15né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 16Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.

L’immagine della luce viene qui ripresa in una prospettiva un po’ diversa: il credente non è più detto luce, ma lampada (come nel vangelo di Giovanni dove il Precursore è detto lampada che arde e risplende, cf Gv 5,35) poiché riceve da Cristo la sua luce. Il moggio aveva la forma di un mastello poggiato su tre o quattro piedi. Quale lampada il discepolo di Gesù splende e illumina quanti sono nella casa (cioè nella Chiesa) non per averne gloria ma allo scopo di dare gloria al Padre vostro che è nei cieli. Il cristiano non è invitato a cercare successo, ma a vivere la sua identità.

 Come in Mt 5,3-12 il fine dell’atteggiamento buono delle beatitudini è vivere sotto la Signoria di Dio (il regno dei cieli), così nei vv. 13-16 per il cristiano essere luce e sale, vivere le opere buone indicate dalle beatitudini, spinge le persone che lo vedono a glorificare Dio Padre. L’evangelista ci vuole suggerire che il sapore e la luce di Cristo e del vangelo può giungere al mondo anche oggi, attraverso i suoi discepoli.

L’appellativo il Padre vostro che è nei cieli è caratteristico del primo evangelista nel NT e rappresenta un tipico modo ebraico di rivolgersi a Dio nella preghiera.

 

 12 giugno - Mt 5,1-12

 In quel tempo, 1 vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. 2 Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: 3 «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. 4 Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. 5 Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. 6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. 7 Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. 8 Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. 9 Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. 10 Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. 11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.

 

 1 Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. 2 Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: 

 Questi primi due versetti servono da transizione tra il discorso della montagna e il brano precedente e ci offrono un introduzione solenne: Gesù con l’atteggiamento del maestro (seduto, con i suoi discepoli attorno) insegna dopo essere salito sul monte, luogo teologico in cui avviene la manifestazione di Dio, nel nostro caso il richiamo è al Sinai e alla consegna delle tavole della legge. Il discorso è rivolto ai suoi discepoli, ma non si esclude che fossero presenti anche le folle. Letteralmente Matteo dice: aperta la sua bocca insegnava loro, con una frase di tipo sapienziale. Il verbo insegnare è usato da Matteo solo qui e in 7,29. Ci dobbiamo dunque aspettare un insegnamento importante.

 3 «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Le beatitudini si dividono in Matteo in due gruppi di quattro (vv 6-4 e 7-10) a cui si aggiungono i versetti 11-12 che sono una ripresa dell’ottava beatitudine. L’equilibrio della composizione, il confronto con il testo di Lc 6,20-23, e l’inclusione formata dall’espressione perché di essi è il regno dei cieli che appare al versetto 3b e al 10b fanno pensare a un lavoro di redazione sul testo di base riportato da Luca.

 Ciascuna beatitudine dichiara che il possessore di questa caratteristica sarà benedetto da Dio. La benedizione è un’azione divina, a volte effettuata attraverso un intermediario (sacerdote, re, genitore, ecc.). Le beatitudini si trovano di frequente nei libri sapienziali dell’AT (es. Pr. 3,13) e si riferiscono a un premio già presente. Quelle del NT si riferiscono solitamente a un premio futuro o escatologico.  Il tema inaugurale è quello dei poveri. Ptochos è l’accattone, non semplicemente una persona povera con pochi possedimenti. Matteo vi aggiunge la specificazione di poveri in spirito, che ci avvicina il concetto biblico di povertà a quello di umiltà. Gli anawim infatti sono coloro che, curvi e umili, pregano Dio con insistenza e fiducia, appartengono alle classi più umili e povere e attendono da Dio la realizzazione delle sue promesse. La concezione della povertà di tipo morale ed escatologico in Israele si rafforzò soprattutto dopo l’esilio e comporta la presenza nei poveri di un’attitudine interiore di umiltà e di dipendenza filiale dal Signore.  Ai poveri è promesso il regno dei cieli, dei cieli è un sostituto ebraico del termine Dio, probabilmente per non usare troppo liberamente il nome del Signore. La ricompensa per i poveri + di tipo escatologico, anche se non è esclusa la ricompensa al presente. Gesù stesso rende presente il regno, nella sua persona e nella sua opera.

 4. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.

 La categoria di coloro che piangono è affine ai poveri e ci richiama Is 61,1-2, dove la missione del profeta è quella di confortare tutti coloro che piangono in Sion. L’occasione di quel pienato era la devastazione del tempio di Gerusalemme nel 587 a.C. Ancora in Sir 48,24 Isaia “consolò gli afflitti in Sion”.

 5. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.

 Anche i miti sono una categoria simile ai poveri (il termine ebraico per i miti anawim, corrisponde sostanzialmente al termine “i poveri in spirito” di Mt 5,3). Secondo alcuni è un’esemplificazione della prima beatitudine. La promessa riferita al v. 5 avranno in eredità la terra è desunta dal Sal 37,11, dove la terra, più che la Palestina, si identifica con il regno dei cieli. La mitezza è pure una caratteristica riferita a Gesù, con la purezza di cuore (cfr. 11,29).

 6. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

 Chiude il primo gruppo la fame e sete della giustizia; Matteo offre di questa beatitudine una lettura più spirituale rispetto a Luca; poiché la giustizia si identifica con la volontà di Dio, l’atteggiamento suggerito è quello del povero che attende il compimento delle promesse di Dio e nutre piena fiducia e disponibilità al volere di Dio. Come la precedente anche questa beatitudine è citata nel Sal 37,29 (i giusti possederanno la terra).  Matteo non si riferisce comunque solo ad una giustizia spirituale o escatologica, ma anche a delle attuazioni concrete (cfr. Ger 23,6 dove il Messia è chiamato germoglio giusto).

 7. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

 Il secondo blocco di beatitudini si apre con il tema della misericordia che, ricordiamolo è una caratteristica specifica di Dio (Es 34,6; Dt 5,9s; Ger 32,18); rispetto alle prime quattro beatitudini, quelle che seguono indicano atteggiamenti più operativi. Anche se non trovano riscontro in Luca siamo di fronte all’autentico insegnamento di Gesù, rielaborato da Matteo o da una tradizione a cui ha attinto.  Tutte hanno un carattere escatologico perché la novità di vita portata da Gesù si compirà in pienezza solo nel regno di Dio. Il tema della misericordia e del perdono è tipico del NT, per Matteo cfr. 6,12.14s; 18,19-35.

 8. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

 Il cuore nella cultura ebraico-biblica indica il centro della persona, l’intimo della coscienza da dove nasce la vita religiosa autentica; la beatitudine rimanda all’invito dei profeti (cfr. Am 4,1-5; Is 1,10-17) alla purezza interiore e sottintende la condanna della doppiezza e dell’ipocrisia, così spesso contestata ai farisei (cfr. 6,1-18). Anche i salmi presentano la purezza del cuore come elemento fondamentale nel rapporto con Dio (Sal 51,10 e 24,3) e con un suo dono. La promessa di vedere Dio si riferisce così alla comunione con Lui, possibile in pienezza nel suo regno, dove il credente potrà gustare la sua presenza.

  9. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

 I beati qui sono coloro che promuovono attivamente la pace, la concordia e la riconciliazione e non semplicemente coloro che sono pazienti e pacifici. Inutile ricordare come la pace sia un dono di Dio e uno degli elemento fondamentali collegati con l’arrivo del Messia (che secondo Is 9,6 è il principe della pace). Lavorare dunque per la pace è farsi collaboratori di Dio e suoi imitatori (quindi suoi figli).

 10. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

 L’ultima beatitudine rimanda alla situazione della comunità cristiana degli anni 80, quando i giudei cristiani erano emarginati e scomunicati per la loro adesione al vangelo. Condividevano così la sorte di Gesù, ma per questa loro solidarietà con Cristo erano già partecipi della consolazione e della gloria del regno dei cieli. L’inclusione segnata dal v. 11b con il v. 3b che abbiamo già indicato, ci assicura che il testo forma una unità letteraria.

 11. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

 I due versetti conclusivi non sono che un’applicazione ai discepoli presenti e alla comunità di Matteo, dell’ottava beatitudine, con la precisazione per causa mia (ossia di Cristo); il tema della persecuzione ha anche un riferimento alla tradizione profetica (Ger 26,7-24 anche Mt 14,3). Ma un servizio fedele a Dio assicura una grande ricompensa di cui i discepoli non possono dubitare, soprattutto dopo la resurrezione di Cristo. 

 

 

11 giugno 2017 - Solennità della SS.ma Trinità

 Gv 3,16-18

 In quel tempo, disse Gesù a Nicodemo: 16 «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17 Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio».

 

Il brano proposto per questa domenica si trova all’interno del capitolo 3, dedicato in particolare al dialogo tra Gesù e Nicodemo. Gesù aveva parlato a Nicodemo della nuova nascita nello Spirito Santo e del mistero del Figlio dell’uomo. Gesù poi parlando di se stesso (v. 14) gli aveva detto che avrebbe dovuto essere elevato da terra, cioè messo in croce, perché chiunque creda abbia per mezzo di lui la vita eterna. Ora il dialogo compie un ulteriore passo in avanti: all’origine del disegno della salvezza c’è Dio Padre. C’è infatti un disegno, un progetto ideato all’interno della Trinità, il quale si è realizzato attraverso l’invio del Figlio nel mondo. Il vangelo di questa domenica ci racconta in tre versetti di questo progetto e dei suoi obiettivi.

  16 «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 

 Dio ha donato al mondo il suo Figlio. Cosa c’è alla radice di questo dono? L’amore che Dio Padre aveva nei confronti del mondo. Cosa dobbiamo intendere per «mondo»? In Giovanni «mondo» significa gli uomini nel loro insieme, come pure gli uomini in quanto si oppongono alla luce divina. Da come si presenta nel testo è evidente che il mondo ha bisogno di essere salvato. La sua condizione è di incertezza, di incompletezza, in pericolo. Già nel Prologo (Gv 1,10), Giovanni ci ha detto che il mondo fu fatto mediante il Verbo e che il mondo non l’ha conosciuto.

 «Dio ama il mondo». E’ una realtà fondante, assoluta. L’amore precede tutto, come nel Prologo la luce divina del Verbo esiste per ogni uomo prima della tenebra. Il Dio che ama ha come progetto esclusivamente la salvezza e la vita.

 «Dio ha donato il suo Figlio». Con queste parole si indica l’avvento di Gesù nel mondo e tutta la missione da lui realizzata nel suo insieme. Grazie a Gesù, il Padre si è fatto conoscere al mondo e ha avuto inizio la comunicazione tra Dio e l’uomo. Il Figlio è unigenito: si può trovare qui un riferimento al sacrificio di Gesù, poiché egli come Isacco (il figlio unico e amato di Gn 22,2.12) è stato offerto in sacrificio.

 Ma quale è il motivo ultimo per cui il Figlio è stato mandato nel mondo? Perché coloro che credono in lui abbiano la vita eterna.

 17 Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

 Questo versetto precisa meglio la motivazione dell’invio del Figlio nel mondo: la salvezza del mondo. Quindi si passa dai credenti che devono avere la vita eterna, al mondo intero, perché sia salvato. La frase viene posta in modo negativo per sottolineare maggiormente il progetto di Dio rivolto alla salvezza degli uomini.

 Giovanni gioca molto sugli opposti. «Vita eterna» e «salvare» di oppongono a «perdersi» e «giudicare». Questi termini si ritroveranno poi nel v. 18 quando si ricorderà che chi si rifiuta di credere è già giudicato.

  18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio».

 Il risultato del «credere» è nella linea del «non essere giudicato». Alla fine dei tempi avrà luogo il giudizio finale: in base alla condotta degli uomini, il giudizio ultimo deciderà se raggiungeranno la vita o se la perderanno definitivamente. In questi versetti il comportamento da cui dipendono queste due alternative consiste nella risposta di fronte all’Inviato di Dio. Il messaggio di Gesù non è un messaggio qualunque: richiede una presa di posizione da parte dell’uomo. Chi non si decide a favore di Dio della Sua luce, del Suo amore, si condanna da solo. Chi non accoglie la Sua luce rimane nelle tenebre.

 Davanti all’amore con cui Dio ha amato il mondo, l’evangelista Giovanni si guarda bene dal richiedere che l’uomo ami a sua volta Dio. La sola opera richiesta è la fede nel Figlio. Tutti vengono chiamati a credere nel Nome dell’unigenito Figlio di Dio. Il nome manifesta la persona nella sua interezza, la fede è adesione a Cristo riconosciuto come Figlio di Dio e come colui che rivela chi è il Padre.

 

 

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