Vangelo di oggi

25 luglio - San Giacomo apostolo

Mt 20,20-28

 20 Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. 21 Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di' che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». 22 Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». 23 Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».

 24 Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. 25 Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dóminano su di esse e i capi le opprimono. 26 Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore 27 e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. 28 Come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

  

20 Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa.

 Nel giorno della festa di san Giacomo apostolo, il vangelo ricorda un suo “passo falso”. Gesù stava viaggiando verso Gerusalemme con i suoi e aveva appena dato loro il terzo annuncio  della sua passione. Aveva parlato loro del proprio annientamento e i discepoli sognano i primi seggi di un regno terreno. Matteo (a differenza di Marco 10,32-34) cerca di salvare la reputazione dei figli di Zebedeo (Giacomo e Giovanni) mettendo in mezzo la loro madre, che evidentemente faceva parte delle donne che seguivano Gesù insieme ai discepoli.

 21 Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di' che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno».

 Per Matteo sarebbe stata quindi la madre di Giacomo e Giovanni a chiedere a Gesù di dare loro i primi posti nel suo regno. I due discepoli di fatto avevano già un ruolo di rilievo tra i dodici. Insieme a Pietro formavano il gruppo ristretto dei testimoni della risurrezione della figlia di Giairo, della trasfigurazione e lo saranno anche nell’orto del Getsemani. Credevano imminente l’inaugurazione del regno messianico, che concepiscono ancora come una realtà mondana. Ecco perché cercano di accaparrarsi i posti migliori.

  22 Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo».

 Gesù si rivolge direttamente ai due discepoli, domandando loro se fossero disposti a condividere con lui l’umiliazione e la sofferenza sulla via della croce. L’espressione biblica “bere il calice” designa la punizione riservata ai peccatori (Sal 75,9). Matteo omette l’immagine del battesimo che in senso traslato significa l’immersione nel dolore (Mc 10,38): forse non voleva fosse confuso con il battesimo sacramentale in acqua.

  23 Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».

 I due discepoli avrebbero perseverato nella sequela di  Gesù, condividendone i patimenti. In effetti, Giacomo venne martirizzato da Erode Agrippa nel 44 d.C. circa. Giovanni non morì martire, però viene associato alla sorte di Giacomo. Gesù riconosce che i due discepoli saranno in grado di partecipare alla sua sorte di persecuzione e morte, ma spetta al Padre assegnare loro il premio, che rappresenta un dono della sua libera iniziativa di amore.

  24 Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. 

 La domanda presuntuosa dei due fratelli (Matteo non nomina per rispetto Giacomo e Giovanni) provoca una crisi di ambizione all’interno dei Dodici. Gesù prende l’occasione per insegnare lo spirito di servizio, che dovrà stare alla base della sua comunità. Egli non nega il principio dell’autorità ma ne specifica le modalità con cui va attuata. Il suo insegnamento si contrappone alla concezione mondana del potere.

  25 Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dóminano su di esse e i capi le opprimono. 26 Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore 27 e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo.

 La dominazione romana era un esempio lampante del dominio dispotico dei grandi, che per di più si facevano chiamare benefattori (Cf. Lc 22,25). I discepoli avrebbero dovuto esercitare l’autorità in modo diametralmente opposto: per loro comandare avrebbe significato servire e farsi schiavi dei fratelli.

  28 Come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

 Questo è il vertice cristologico di Marco e Matteo. Gesù propone come esempio di servizio se stesso. Egli si è donato interamente quale Servo sofferente per riscattare l’umanità dal peccato. La terminologia è presa dal quarto canto del servo di Jahwè (Is 53,10) e dal salmo 49,8. Egli ha dato la sua vita in riscatto per molti, cioè per le moltitudini. Il riscatto designava la somma sborsata per liberare uno schiavo. Qui indica l’offerta in sacrificio della vita di Gesù, quale vittima di espiazione per i peccati che tenevano schiavi gli uomini. 

 

 

24 luglio - Mt 12,38-42

 38 Allora alcuni scribi e farisei gli dissero: «Maestro, da te vogliamo vedere un segno». 39 Ed egli rispose loro: «Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. 40 Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra. 41 Nel giorno del giudizio, quelli di Ninive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona! 42 Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro questa generazione e la condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone!

  

38 Allora alcuni scribi e farisei gli dissero: «Maestro, da te vogliamo vedere un segno».

 

Gli esponenti dei giudei chiedono un segno spettacolare, un miracolo straordinario. Questa pretesa emerge più volte nel Nuovo Testamento. Eppure di segni Gesù ne ha fatti tanti e non li hanno accolti, anzi li hanno attribuiti al potere di Beelzebul.

  39Ed egli rispose loro: «Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. 40Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra.

 Gesù non cede mai alle pretestuose richieste dei giudei. In Matteo e Luca egli promette il segno di Giona. Come il profeta era rimasto tre giorni e tre notti nel ventre del pesce che l’aveva inghiottito, così anche Gesù resterà tre giorni nel sepolcro (nel cuore della terra) per poi risorgere glorioso. In realtà il Maestro non offre nessun segno ai cuoi avversari. L’accenno velato alla sua morte e risurrezione, che sarà esplicitato per i discepoli con le tre predizioni dopo la confessione messianica di Pietro, prelude alla dichiarazione solenne della sua messianità che farà dinanzi al sinedrio, evocando la venuta del Figlio dell’uomo sulle nubi del cielo. Tuttavia la sua vittoria pasquale sarebbe stata riconosciuta soltanto da coloro che erano aperti alla fede nel mistero della sua persona divina, mentre sarebbe rimasta nascosta per i farisei.

 

 41Nel giorno del giudizio, quelli di Ninive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona! 42Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro questa generazione e la condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone!

 

I due detti relativi alla predicazione di Giona e alla sapienza di Salomone, si riferiscono al futuro escatologico, al giudizio finale il cui esito dipenderà dall’atteggiamento assunto dagli uomini nei confronti di Gesù. I pagani di Ninive si erano convertiti alla predicazione di Giona (Gio 3), la regina di Saba aveva affrontato un lungo e disagevole viaggio per ascoltare la sapienza di Salomone (1Re 10,1-10); invece i giudei non accolsero Gesù, il profeta definitivo di Dio. Intorno agli anni 80 la maggioranza dei giudei non aveva aderito al vangelo, mentre erano numerosi i pagani che abbracciavano il cristianesimo. I due detti di Gesù risentono di questo clima gioioso per l’intensa attività della Chiesa. 

 

 

23 luglio - 16a domenica - Mt 13,24-43

 In quel tempo Gesù 24 espose alla folla un'altra parabola, dicendo: "Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. 25 Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. 26 Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. 27 Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: "Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?". 28 Ed egli rispose loro: "Un nemico ha fatto questo!". E i servi gli dissero: "Vuoi che andiamo a raccoglierla?". 29"No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. 30 Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponételo nel mio granaio"".

 

31 Espose loro un'altra parabola, dicendo: "Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. 32 Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell'orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami ".

 33 Disse loro un'altra parabola: "Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata".

 34 Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, 35 perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: Aprirò la mia bocca con parabole,proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo.

 36 Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: "Spiegaci la parabola della zizzania nel campo". 37 Ed egli rispose: "Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. 38 Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno 39 e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. 40 Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. 41 Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità 42 e li getteranno nella fornace ardente , dove sarà pianto e stridore di denti. 43 Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!

 

  In quel tempo Gesù 24 espose alla folla un'altra parabola, dicendo: "Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. 25 Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. 

 La parabola della zizzania si trova solo in Matteo. A questo punto della narrazione Marco (4,26-29) riporta la parabola del seme che cresce da sé, “automaticamente”: “sia che [il seminatore] dorma o vegli”. Matteo inserisce qui la spiegazione di come invece ci possa essere del cattivo seme nello stesso campo, e questo avviene “mentre gli uomini dormono”, indipendentemente dalla loro volontà.

  26 Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. 

 La zizzania è una specie di gramigna che cresce alta quanto il grano e non è strappata via fino al raccolto. Somiglia al grano buono, ma i suoi grani sono neri. Il termine greco deriva dall’ebraico rabbinico zun-zunim, che deriverebbe dalla radice zanah: prostituirsi. Si può leggere qui in filigrana l’idea che la zizzania fosse grano degenerato, imbastardito.

  27 Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: "Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?". 28 Ed egli rispose loro: "Un nemico ha fatto questo!". E i servi gli dissero: "Vuoi che andiamo a raccoglierla?". 29 "No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. 30 Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponételo nel mio granaio"".

 La parabola, letta molto presto in riferimento ai peccatori e agli eretici all’interno della chiesa, insegna la pazienza e la misericordia. “Lasciate che crescano insieme fino alla mietitura” vuole dire che si dà spazio alla penitenza. Questa dilazione del giudizio non avviene perché sia difficile distinguere i giusti dai peccatori (la zizzania si riconosce appena gli steli sono cresciuti e hanno formato i semi). Questo tempo della maturazione, prima della mietitura è concesso a tutti per poter fare penitenza. Non si deve cedere alla tentazione di anticipare il giudizio, perché sarebbe una presunzione che rischierebbe di corrompere anche i giusti: raccogliere la zizzania vuol dire sradicare anche il buon grano.

  31 Espose loro un'altra parabola, dicendo: "Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. 

 Un’interpretazione comune della parabola del granello di senape, mette l’accento sulla sproporzione tra il seme iniziale e l’albero che il seme riesce a produrre. Si può rilevare anche un altro significato, per il quale ci viene in aiuto il vangelo di Giovanni. Secondo la concezione degli antichi, un seme deposto sotto terra muore. Giovanni infatti ci dice: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, resta solo; ma se muore produce molto frutto (Gv 12,24). Matteo resta nella stessa linea quando afferma: “Chi vuol salvare la sua vita, la perderà; ma chi perde la sua vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,39 e 16,25). Perdere la propria vita vuol dire dare la propria “anima”, vuol dire adempiere il comandamento di “amare il Signore nostro Dio con tutta la nostra anima”, “perfino se egli ti chiedesse il dono della vita”. Questa parabola del granello di senape ci rivela quindi che il regno dei cieli una potenza divina prodigiosa, dagli esiti imprevedibilmente grandi, e viene messo in atto da un piccolo gesto sovente nascosto, il più delle volte ignorato da tutti: il dono della propria vita.

  32 Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell'orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami ".

 Il significato dell’albero che accoglie gli uccelli del cielo ci viene rivelato da Ez 17,23; 31,6; Dn 4,9.18: è il regno di Dio che assume proporzioni universali e che accoglie tutti gli uomini del mondo, soprattutto i pagani, simboleggiati dagli uccelli.

  33 Disse loro un'altra parabola: "Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata".

 Anche questa parabola è centrata sul dono della vita. L’attenzione è sull’azione nascosta del lievito che fa fermentare tutta la pasta: per ottenere questo risultato, è sufficiente un po’ di lievito. Tuttavia ciò che qui è messo in rilievo non è la sproporzione tra la quantità di lievito e la pasta, ma sul fatto che il lievito deve essere nascosto, sepolto nella farina per sviluppare la sua azione fermentatrice.

 Tre staia di farina sono quasi mezzo quintale e il pane ricavato da tale quantità fornirebbe un pasto a più di cento persone. Vi è una sola donna, nella Bibbia, che abbia impastato tre staia di farina, cioè Sara, moglie di Abramo, che secondo Gn 18,6 accoglie con tale banchetto i tre ospiti che le annunziavano la nascita di Isacco, il figlio della promessa.

 Le parabole della senape e del lievito ci riportano così direttamente ad Abramo e Sara, i nostri progenitori nella fede. Abramo viene raffigurato nel granello di senape, simbolo del potere che ha la fede di spostare le montagne (cf. 17,20). Tutto ha avuto inizio in quel piccolo gesto di fede nella promessa relativa a un figlio, quando sia lui che Sara erano ormai giunti alla vecchiaia. Le due parabole dunque leggono la storia del regno come un unico straordinario processo di crescita che dagli inizi più modesti, con Abramo e Sara, si svolge in forma ancora nascosta lungo tutto l’Antico Testamento (la legge, i profeti) fino all’attuale irradiamento ecclesiale, quando il regno assume delle proporzioni universali.

  34 Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, 

Tutto il mondo, ossia il regno di Dio in questo mondo, si fonda sulla fede di Abramo, ma ciò è esprimibile solamente in parabole che non a tutti è dato di capire.

  35 perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: “Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo”.

 Perché Gesù parla in parabole alle folle? La spiegazione è data dalla citazione del Sal 78,2, in una forma ibrida che combina la versione dei Settanta con una libera interpretazione del testo ebraico. Il salmo 78 è un salmo storico, che narra “gli enigmi del passato”. Queste “problematiche antiche” in Matteo diventano “cose nascoste fin dalla fondazione [del mondo]”, espressione matteana che ritorna in 25,34, dove si parla del “regno che vi è stato preparato fin dalla fondazione del mondo”. Da allora in poi, i misteri del regno sono “cose nascoste” che solamente adesso, con l’evangelo di Gesù, cominciano ad essere rivelate. Rivelate sì però in parabole: una certa disciplina dell’arcano permane ancora. La parabola è lo strumento più adatto per esprimere l’inesprimibile, per alludere all’indicibile; uno strumento che vuole rivelare cose che operano ancora in maniera segreta e imprevedibile, poiché si riferiscono al modo in cui Dio realizza il suo disegno nella storia.

 36 Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: "Spiegaci la parabola della zizzania nel campo". 

 Vi è qui un cambio di scena, di uditorio e di accento. Sembra che questo “lasciate le folle” sia un gesto definitivo. Di fatto d’ora in poi nel vangelo di Matteo l’attività di Gesù verso le folle si limiterà sempre di più alle sole guarigioni

  37 Ed egli rispose: "Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. 

 La risposta di Gesù è un piccolo lessico allegorico dei sette elementi principali della parabola. Il seminatore è il Figlio dell’uomo: dunque l’interpretazione della parabola è messianica ed escatologica , poiché si tratta del Figlio dell’uomo come colui che deve ancora venire.

  38 Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno 

 Il campo è il mondo, e non soltanto la chiesa, ma un mondo da evangelizzare o già in qualche misura evangelizzato. Il buon seme sono i figli del regno: soprattutto gli ebrei che secondo Mt 8,12 lo sono per diritto ereditario. Tra loro anche i gentili “messianici”.

 39 e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. 

 La consumazione del secolo è la chiusura del tempo, un termine che in NT si trova solo in Matteo e in Eb 9,26, però molto utilizzata nelle apocalissi contemporanee. Ha una radice veterotestamentaria nella frase idiomatica “alla fine dei giorni”. I mietitori sono gli angeli che accompagneranno la venuta del Figlio dell’uomo: Matteo è il solo autore evangelico che abbia questa idea.

  40 Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. 

 Comincia qui una piccola apocalisse ,con la descrizione di ciò che avverrà alla venuta del Figlio dell’uomo con i suoi angeli. Fondamentalmente, avverrà una separazione dei malvagi dai buoni, proprio quel tipo di operazione che era vivamente sconsigliato nella parabola della zizzania.

  41 Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità 

 Tutti gli inciampi (scandali) e quelli che fanno l’iniquità sono altre due interpretazioni della zizzania, probabilmente dovute all’influsso di Sofonia 1,3.

  42 e li getteranno nella fornace ardente , dove sarà pianto e stridore di denti. 43 Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!

 Si trovano alcuni termini propri di Matteo: l’iniquità, la fornace del fuoco (per indicare la Geenna), il pianto e lo stridore di denti, idiomatismo che compare 6 volte in Matteo.

 La spiegazione della parabola della zizzania con la forte insistenza sul giudizio finale sembra discostarsi molto dalla parabola stessa, che parla invece della misericordia e della pazienza di Dio. I due aspetti non contrastano: il Figlio dell’uomo ha ogni potere su tutto il cosmo. Egli lo governa con misericordia e alla fine dei tempi consegnerà il suo regno al Padre da cui l’ha ricevuto (1Cor 15,24 e 25,34).

 

 

22 luglio - Festa di santa Maria Maddalena 

Gv 1-2.11-18

 Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!". 

 11 Maria invece stava all'esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro 12 e vide due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte del capo e l'altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. 13 Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l'hanno posto». 14 Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. 15 Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove l'hai posto e io andrò a prenderlo». 16 Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» - che significa: «Maestro!». 17Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli e di' loro: «Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro»». 18 Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.

 Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.

 Secondo la tradizione comune, la scoperta della tomba vuota ebbe luogo non il “terzo giorno”, quello che si ritrova nelle formule della predicazione apostolica, bensì il giorno dopo la crocifissione, cioè il giorno dopo il sabato, datazione che poi per i cristiani è divenuta la domenica. Nel contesto pasquale l’espressione “il primo giorno” suggerisce che è iniziato per il mondo un giorno nuovo, è una nuova creazione.

 Per quanto riguarda l’orario in cui Maria scopre la tomba vuota, Giovanni lo anticipa a quando la notte non è ancora terminata, dalle 3 alle 6, si usa qui il termine skotia, buio, tipico del linguaggio giovanneo. Maria di Magdala è da sola, questo prepara il suo incontro con Gesù. Non si dice per quale motivo ella venga al sepolcro. I versetti seguenti ci sveleranno che a spingerla è uno slancio del cuore. La pietra è stata tolta, è lo stesso verbo che Giovanni ha usato per la pietra del sepolcro di Lazzaro. Là fu tolta dagli inservienti, qui da una mano misteriosa. 

Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!".

Vedendo che la pietra è stata tolta, Maria non entra nel sepolcro, ma si precipita ad avvisare i discepoli. A differenza dei Sinottici ella non riceve alcun messaggio da riferire. Il suo annuncio è una costatazione negativa, rimane in una logica umana: qualcuno deve aver portato via il cadavere! Il fatto che parli al plurale (non sappiamo) è un residuo del racconto tradizionale, (in cui le donne erano tre o quattro) che Giovanni ha adattato ai suoi scopi. Maria dice che hanno portato via il Signore, non il suo corpo. Lei stessa non può capire da sola che il Signore non può che essersene andato via da solo! D’altronde è ancora buio e questo esprime la situazione della Maddalena e anche dei discepoli. 

 11 Maria invece stava all'esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro

 Il racconto della visita di Maria di Magdala alla tomba, interrotta in 20,2, riprende nel v. 11. Maria è sola, abbandonata alla sua ignoranza a proposito del corpo di Gesù e piange: si sentono i suoi singhiozzi attraverso la ripetizione del verbo klaio. A differenza delle donne descritte nei Sinottici, Maria rimane all’esterno, come per sottolineare la sua delusione nei confronti di una tomba lasciata vuota da Colui che ella cerca – ma anche all’esterno del mistero. Però c’è un movimento, si china verso il sepolcro e lancia uno sguardo dentro.

  12 e vide due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte del capo e l'altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù.

 Rispetto alla visita di Pietro e Giovanni c’è una novità. Sono apparsi due angeli che siedono alle estremità del luogo in cui era stato posto Gesù. Eppure Maria non si scompone alla loro vista. Gli angeli in Giovanni appaiono solo in rapporto con la persona di Gesù: nel prologo storico vengono detti salire e scendere sul Figlio dell’uomo (1,51); in 12,29, la folla, che assiste alla scena dei greci che vogliono vedere Gesù, interpreta la voce dal cielo come quella di un angelo che gli ha parlato. Qui gli angeli formano una scorta di onore nel luogo in cui ha trovato fine il suo percorso terreno. La loro funzione non sta nel mediare il messaggio pasquale – questo in Giovanni è riservato a Gesù stesso che appare – ma di segnare il posto esatto in cui il corpo santissimo aveva riposato. Sono disposti come i due cherubini che si fronteggiano da ogni lato del propiziatorio sull’Arca dell’Alleanza, laddove JHWH parlava al suo popolo (vedi Es 25,17-22).

 13 Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l'hanno posto».

 I due le fanno una domanda, cercano di farle comprendere a poco a poco ciò che sta vivendo. Lei risponde come se rispondesse a due uomini qualunque. Questa domanda in realtà contesta la sua tristezza. Non c’è nessun motivo per piangere. Maria qui e più tardi alla domanda di Gesù, risponde che il corpo è stato tolto, portato via, deposto… non parla altro che di un corpo inerte. Questo discorso prepara alla notizia inaudita della risurrezione di Gesù in un corpo di nuovo vivo, anzi glorificato.

 14 Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù.

 I lettori vengono avvertiti che è Gesù che sta davanti a Maria, quando girando le spalle a una tomba che non può rispondere alla sua attesa, ella lo vede, ma lo prende per il giardiniere. Infatti Giovanni in 19,41 ci aveva detto che il sepolcro era posto in un giardino. Gesù era in piedi, la postura dell’uomo vivo e libero. Maria non lo riconosce. E’ un dato frequente nei racconti di apparizione il fatto che il Risorto non venga subito riconosciuto. Questo tratto comunica un dato di fede: colui che si manifesta è del tutto diverso da un uomo di questo mondo, non è accessibile e tuttavia è molto vicino; bisogna che egli stesso si riveli.

  15Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove l'hai posto e io andrò a prenderlo».

 Gesù che non è stato riconosciuto, interroga Maria come hanno fatto gli angeli, ma aggiunge la domanda chi cerchi? La domanda posta a Maria è analoga a quella che Gesù aveva posto ai discepoli del Battista all’inizio del vangelo di Giovanni “Che cosa cercate?” (1,38). Essi allora avevano domandato: “Rabbi, dove abiti?”. Maria vuole sapere dove è stato messo Colui che non trova nella tomba: in entrambi i casi la domanda riguarda una localizzazione di questo mondo. Ora Gesù abita con il Padre.

 16 Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» - che significa: «Maestro!».

 Gesù rivolge un appello alla donna desolata, quello del Buon Pastore che conosce le sue pecore e le chiama per nome una ad una (10,3). Non dice più, come nel v. 15 “Donna!”, ma “Maria!”. Raramente pronunciato nel discorso diretto, per un semita il nome raggiunge l’interiorità della persona. In un attimo l’intimità spezzata dalla morte è resa presente, e Maria riconosce Gesù vivente. Maria si era già rivolta al suo interlocutore, qui si volta di nuovo. Evidentemente mentre parlava non lo guardava, guardava il sepolcro vuoto, chiusa nella sua disperazione. Sentendo la voce amica di Gesù chiamarla per nome, Maria lo riconosce ed esplode in un grido di gioia: il suo maestro è vivo. Gesù nei vangeli non viene mai chiamato con il proprio nome. L’appellativo che viene usato solitamente è Rabbi, Kyrios, sua madre lo chiama teknon (figliolo). Rabbunì è un diminutivo della parola Rabbi, con una nota di affetto o familiarità. Giovanni ne da la traduzione senza distinguerlo da Rabbi.

  17 Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli e di' loro: «Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro»».

 Si può pensare che Maria si sia gettata a terra e abbia abbracciato le gambe di Gesù. Gesù la invita a non trattenerlo perché il modo della relazione tra di loro si è modificato. La relazione di amicizia non si realizzerà più grazie alla prossimità sensibile, ma attraverso lo Spirito.  Gesù deve ancora salire al Padre. Questa salita va intesa come il ritorno definitivo di Gesù alla destra del Padre, dopo un breve lasso di tempo (che Luca ha fissato in quaranta giorni) in cui hanno luogo le apparizioni pasquali. Maria riceve una missione, deve andare dai fratelli di Gesù, cioè dai membri della comunità credente. Ai fratelli Maria deve dire che Gesù sale al Padre. Egli ha compiuto la sua missione. Il Padre adesso non è solo suo ma è diventato vostro. Egli è il primogenito di una moltitudine di fratelli che raggiungeranno il Signore.

  18 Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.

 Prontamente Maria compie ciò che le viene chiesto. Torna dai discepoli e questa volta il suo annuncio è positivo: ho visto il Signore, espressione giovannea che indica l’incontro con il Vivente. Maria è la discepola di Gesù, lo ha incontrato e ha annunciato la sua risurrezione. 

 

 

21 luglio - Mt 12,1-8 

In quel tempo Gesù passò, in giorno di sabato, fra campi di grano e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere delle spighe e a mangiarle. Vedendo ciò, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato». Ma egli rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Egli entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell'offerta, che né a lui né ai suoi compagni era lecito mangiare, ma ai soli sacerdoti. 5O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio vìolano il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui vi è uno più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici, non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio dell'uomo è signore del sabato».

 In quel tempo Gesù passò, in giorno di sabato, fra campi di grano e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere delle spighe e a mangiarle.

 Un nodo cruciale per il confronto tra Gesù e i rappresentanti del giudaismo era costituito dal precetto del riposo sabbatico, considerato uno dei più sacri e rigorosi. Gesù non ne contestava la validità, ma si opponeva all’interpretazione legalistica che ne davano i farisei.

 2Vedendo ciò, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato».

 Tra le 39 opere considerate proibite in giorno di sabato rientrava anche la trebbiatura. Per la casistica rabbinica, il gesto di raccogliere e stropicciare alcune spighe per mangiarne i grani era assimilato alla trebbiatura. Quindi i discepoli di Gesù violavano il sabato. Matteo aveva giustificato con la fame il gesto dei discepoli, quindi non violavano il sabato poiché si trovavano in caso di necessità.

3Ma egli rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? 4Egli entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell'offerta, che né a lui né ai suoi compagni era lecito mangiare, ma ai soli sacerdoti.

 Gesù giustifica i suoi perché la situazione permetteva un accostamento all’episodio di Davide che aveva mangiato i pani sacri della presentazione, riservati ai sacerdoti.

 O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio vìolano il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui vi è uno più grande del tempio.

 Gesù riporta un’altra giustificazione per l’azione dei discepoli. L’importanza del servizio al tempio consentiva ai sacerdoti di lavorare anche di sabato. Siccome nella persona di Gesù è presente Dio in modo più reale ed eccelso che nel tempio di Gerusalemme, a maggior ragione i discepoli al suo servizio erano da considerare dispensati dalla prescrizione del riposo sabbatico.

Se aveste compreso che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici, non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio dell'uomo è signore del sabato».

 La terza giustificazione riportata da Gesù è la volontà di Dio. Egli ha compassione dell’uomo che si trova nell’indigenza. Perciò è la misericordia di Dio che deve determinare il comportamento etico dell’uomo, subordinando a questo suo volere tutti gli altri comandamenti: l’amore verso l’uomo prevale sul dovere rituale in onore di Dio, sulla precettistica cultuale. Matteo ribadisce anche in questo punto il precetto della misericordia. 

 

20 luglio - Mt 11,28-30

 28 Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29 Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30 Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero".

  28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.

 Siracide 51,23-26 si rivolgeva agli “stolti”, coloro che non hanno istruzione, e li esortava a mettersi alla sua scuola. Gesù invita tutti gli affaticati e i gravati a mettersi alla scuola del regno dei cieli. Egli dunque si rivolge a coloro che sono stanchi a causa dei pesi inutili imposti loro dai sapienti (cf. 23,4) e vuole dare loro riposo. Riposo (anapausis) è un termine tecnico, è il riposo che si può ottenere grazie all’acquisizione della sapienza.

  29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero".

 Vi è un certo “giogo” della sapienza, vi è un carico che non è faticoso, ma riposante. Ne parlano spesso i rabbini, parlando dell’obbedienza alla Torah. Questo giogo però è di Gesù, poiché è Lui la Sapienza, la Torah personificata. Prendere il suo giogo significa imparare da lui, diventare suo discepolo. Non significa soltanto studiare la Torah, ma porsi alla sequela di Gesù, “mite e umile di cuore” come lo sono i piccoli, gli infanti. Il termine “mite” si incontra anche nelle Beatitudini (5,5) e nell’entrata di Gesù in Gerusalemme (21,5). E’ su questa mitezza che si fonda la connaturalità della rivelazione di Gesù ai poveri, agli afflitti, ai perseguitati.

 

 19 luglio - Mt 11,25-27

 25 In quel tempo Gesù disse: "Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26 Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 27 Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.

 25 In quel tempo Gesù disse: "Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.

 “In quel tempo” è una notazione cronologica molto generica, che indica simultaneità piuttosto che successione. Terminate le sue invettive contro le città della Galilea che non avevano accolto la sua parola, Gesù rivolge una lode al Padre: sono i piccoli che hanno compreso la sua parola.

 Gesù esordisce con una confessione di fede e di lode (exomologoumai, ha anche la sfumatura “ti riconosco, cf. Mt 10,32). Nonostante tutte le apparenze e la grave incredulità appena denunciata delle città che gli sono state più vicine, Gesù ha l’intima certezza che la sua “opera” non è stata vana, e perciò benedice il Padre. Il motivo del ringraziamento ci ricorda le parole polemiche di Isaia 29,14: “Perirà la sapienza dei sapienti e si eclisserà l’intelligenza degli intelligenti”.

 Questo testo viene citato anche da Paolo in 1Cor 1,19. Dio ha nascosto queste cose, cioè le opere del Messia di cui egli parla in Matteo 11,2. Non è che i sapienti non abbiano visto le opere del Messia, ma è sfuggita ad essi la loro reale importanza, il loro significato più profondo. Questo invece è stato rivelato (apokalypto) quasi per connaturalità a coloro che sono sprovvisti di strumenti intellettuali, sprovvisti perfino della capacità di parlare (gli infanti, i semplici, gli ingenui).

  26 Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.

 Gesù non ringrazia il Padre perché si nasconde ai sapienti, ma perché si rivela agli umili. C’è una logica sottostante a questo e la possiamo vedere in 1Cor 1. La benedizione di Gesù verso il Padre si può chiamare “inno di giubilo”, questo è ciò che è piaciuto a Dio.

  27 Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.

 Con questo versetto vi è un cambio di prospettiva. Prima era il Padre a rivelare ai piccoli i misteri nascosti. Ora è il Figlio che rivela il Padre a chi vuole. “Tutto mi è stato dato dal Padre”. Questo tutto corrisponde al queste cose del v. 25 e chiama in gioco l’autorità messianica di Gesù, che si opera dappertutto (“Mi è stata data ogni autorità in cielo e sulla terra”).

 Il Padre si può conoscere solo attraverso il Figlio. Questo significa che il Padre si rivela agli umili solo attraverso colui che “mite e umile di cuore”.

 

 

18 luglio - Mt 11,20-24

 20 Allora si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: 21«Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. 22 Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. 23 E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! 24 Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!».

  20 Allora si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite:

 Dall’amara costatazione che i giudei non hanno accolto né l’insegnamento di Giovanni Battista, né il proprio, Gesù passa ad apostrofare le città in cui egli aveva maggiormente compiuto la sua predicazione e i suoi miracoli. Nemmeno queste città si erano convertite. Lo stile letterario è quello dell’invettiva dei profeti dell’AT. Forse Matteo anticipa il giudizio di biasimo, pronunciato da Gesù alla conclusione del suo ministero in Galilea, prima di dirigersi verso la Giudea.

  21 «Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. 22 Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi.

 Le città di Corazin e Betsaida, vengono raffrontate con Tiro e Sidone, due città della Fenicia tipicamente assunte dai profeti per indicare la ribellione verso Dio

 23 E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! 24 Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!».

 Cafarnao è messa a confronto con Sodoma, la città più malvagia per la letteratura biblica. Gesù aveva stabilito a Cafarnao il suo domicilio, facendone il centro privilegiato della sua missione. Perciò la condanna contro di essa sarà più severa, per la maggiore consapevolezza. Invece di essere esaltata sino al cielo, di essere glorificata per la sua grandezza, sarà sprofondata nell’Ade, nel regno della morte. Le città della Galilea avevano sperimentato la potenza risanatrice di Gesù, ma non hanno risposto all’amore divino, quindi saranno giudicate più severamente. I prodigi ricordati qui da Matteo erano veri e propri segni della potenza di Dio nei gesti compiuti da Gesù. Il non riconoscerli è una colpa grave.

 

17 luglio - Mt 10,34 - 11,1

 34 Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. 35 Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; 36 e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. 37 Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; 38 chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. 39 Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. 40 Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 41 Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. 42 Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».  Quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città.

34 Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada.

 Il Messia era stato preannunziato come “Principe della pace” (Is 9,5). Gesù aveva inviato i discepoli per portare la pace nelle famiglie (v. 13). Tuttavia la predicazione del vangelo avrebbe provocato tensioni, conflittualità, divisioni. Il messaggio di Gesù non poteva lasciare indifferenti e neutrali. E’ posto come segno di contraddizione, come pietra di scandalo in cui inciamperanno coloro che non si aprono al vangelo.

  35 Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; 36 e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.

 La sua parola, affilata come una spada, determinerò una discriminazione tra gli uomini, con le inevitabili contrapposizioni e ostilità, persino nell’ambito della famiglia. Gesù pertanto dissuade i suoi discepoli da un falso pacifismo, perché non è venuto a portare una pace a tutti i costi, ma la spada della divisione.

 37«Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me;

 Chi ha seguito Gesù deve dare quindi una gerarchia diversa ai legami famigliari. Il verbo amare utilizzato in questa frase è phileo, che indica l’amore naturale. L’amore paterno, fraterno, filiale deve essere trasceso dall’amore divino che si è manifesto nel Messia. Si tratta di un amore che va fino alla croce.

  38 chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.

 Questa è la prima volta che nel testo evangelico compare la parola croce (stauros) che ricomparirà in Mt 16,24, in un detto simile a questo e poi ovviamente nella scena della crocifissione. La crocifissione era ben nota ai Giudei dei tempi di Gesù. Qui la croce indica in particolare le sofferenze e perfino la morte cruenta che possono toccare ai discepoli. Il discepolo di Gesù si identifica in Lui, è disposto a donare la propria vita fino in fondo, come ha fatto il suo maestro.

  39 Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.

 Questo detto sul perdere la propria vita per trovarla è il più citato di tutti i detti di Gesù, lo ritroviamo sei volte in tutti e quattro i vangeli. Senza dubbio è quello cha caratterizza meglio di ogni altro il suo insegnamento. La vita non è un tesoro da rapire o da custodire gelosamente: è un dono, quindi non si può ottenere che donandola.

  40 Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.

 Il discorso missionario termina con uno sguardo sull’accoglienza che spetta all’inviato, sul risultato positivo della missione. Se fino ad ora si sono elencate soprattutto le difficoltà, le persecuzioni, le divisioni familiari, adesso l’accento è posto sulla ricompensa dovuta a chi “accoglie”.

 L’inviato del Signore deve essere accolto perché è Gesù che lo manda, quindi è come se si accogliesse Lui stesso. Ma chi accoglie Gesù, accoglie il Padre che l’ha mandato.

  41Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.

 Quindi l’accoglienza avrà la sua ricompensa proporzionata al valore di colui che è stato accolto.  La ricompensa del profeta non è tanto quella che riceverà un profeta, ma quella che ci si spetta da un profeta (cf. 2 Re 4,13: Eliseo ottiene da Dio che la sua ospite abbia il figlio che tanto desiderava).

  42Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

 Chi accoglie uno di questi piccoli, non tanto perché è piccolo, ma perché è stato inviato, riceverà la sua ricompensa. I piccoli in questo contesto sono dunque gli apostoli, ma in altri brani il termine indica la comunità di Matteo, in cui potevano esserci persone semplici, dalla fede poco salda.

Quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città.

Il primo versetto del capitolo 11 conclude il discorso missionario, che ha occupato tutto il capitolo precedente. Gesù ha dato numerose raccomandazioni ai suoi discepoli, prima di inviarli in missione e poi parte pure lui, per insegnare e predicare. Addirittura Matteo non ci dice che i discepoli siano partiti. 

 

16 luglio - 15ma domenica del tempo ordinario - Mt 13,1-23

 Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.

 Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: "Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti".

 10 Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: "Perché a loro parli con parabole?".11 Egli rispose loro: "Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. 12 Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. 13 Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. 14 Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice: Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. 15 Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!

 16 Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. 17 In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!

 18 Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. 19 Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. 20 Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l'accoglie subito con gioia, 21 ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. 22 Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. 23 Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno".

 

 Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. 

 Prima di riportare la parabola del seminatore, Matteo ci dà una piccola introduzione. Quel giorno è una notazione di tipo didattico, vuol farci capire che questo discorso parabolico è stato fatto in un solo giorno. Interessante il particolare della casa. E’ la prima volta che Matteo parla in modo esplicito della casa abitata da Gesù (si tratta in effetti della casa di Pietro a Cafarnao). Tutto questo capitolo si muove tra la casa e il mare. Gesù, uscito dalla casa si siede lungo il mare, si siede per insegnare come un Rabbi. Ma il discorso che egli fa non è un insegnamento vero e proprio: si tratta piuttosto di un annuncio, una predicazione.

  Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.

 Dalla spiaggia Gesù si trasferisce sulla barca: la barca, simbolo della missione della Chiesa, (mentre la Chiesa in sé è rappresentata dalla casa di Pietro) poteva sollevare il maestro dal suo uditorio, divenuto troppo numeroso. Ma data la crescente ostilità dei farisei, la si può anche considerare come una misura di sicurezza.

  Egli parlò loro di molte cose con parabole.

 Il termine “molte cose” può essere anche inteso: parlò loro a lungo, tutto il giorno. La parabola indica normalmente un paragone, una similitudine, qualche volta un po’ enigmatica, con la realtà naturale o sociale, che serve ad illustrare in modo allusivo, un po’ misterioso, una realtà che non è dell’ordine naturale, come appunto il regno di Dio. La parabola è diversa dall’allegoria, in cui ogni singolo dettaglio del paragone trova un significato nella realtà corrispondente, però si trova già nell’interpretazione evangelica delle parabole (e soprattutto in Matteo), una marcata tendenza all’allegorizzazione. In questa lettura si esige dunque una certa distinzione tra la parabola e la sua spiegazione allegorizzante.

  E disse: "Ecco, il seminatore uscì a seminare. 

 L’accento cade sull’attività del seminatore. Nonostante lo spreco e l’insuccesso (che vengono enfatizzati) egli riesce comunque a ottenere un raccolto straordinario. Il seminatore viene indicato con l’articolo il, ciò ne fa il rappresentante della classe dei seminatori. Non viene spiegato chi sia, ma il contesto lascia facilmente concludere che Gesù stia parlando proprio di se stesso, è Lui che semina la “parola del regno”. In un certo senso è una parabola in atto: Gesù spiega quello che succede nel momento stesso in cui sta parlando.

   Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno.

 La sorte del seme nei vari terreni ha spesso lasciato perplessi i lettori moderni del testo e ha fatto pensare a un seminatore particolarmente distratto. Alcuni studiosi hanno ricordato che in Palestina la semina precede l’aratura: si poteva seminare un po’ dovunque, tanto poi si sarebbe passati con l’aratro! Ma la parabola non parla di nessuna aratura! E’ vero che gli elementi ricordati nella parabola sono tipici dell’agricoltura palestinese: il terreno è sempre più sassoso del nostro, le spine servivano da siepi di recinzione, i sentieri dei campi venivano arati. Però non ci si può fermare troppo alla letteralità della parabola, ciò che conta è il significato. Anche una spiga che produce cento grani è un’evidente esagerazione.

 Chi ha orecchi, ascolti".

  Questo messaggio non è subito comprensibile: chi ha orecchi, cioè capacità di comprendere attentamente, si metta in ascolto e cerchi di capire!

10 Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: "Perché a loro parli con parabole?". 11 Egli rispose loro: "Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato.

 Qui come in Mt 12,46-50 vi è una distinzione tra le folle e i discepoli. Alle folle Gesù parla in parabole, mentre ai discepoli, in disparte, spiega i misteri del regno dei cieli. Il termine mysterion non si trova nei vangeli, eccetto che in questa occasione. Significa ‘segreto’, qualcosa che viene svelato ad alcuni e che essi possono rivelare ad altri. Si trova soprattutto nelle lettere di Paolo e nell’Apocalisse. Marco lo usa al singolare: il mistero, che poi non è altro che la persona di Gesù. Per Matteo invece vi sono più “segreti” legati al regno: il regno è fatto di un insieme di cose misteriose o semplicemente strane.

  12 Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha.

 Uno di questi segreti è il fatto che ad alcuni sia dato conoscere e ad altri invece sia negato: agli uni il regno si rivela, agli altri invece si nasconde. E tale conoscenza-rivelazione sono progressive: “a chi ha sarà dato...” è un principio tratto dalla vita economica: il capitale dell’uomo ricco produce interessi, mentre il povero che non ha da investire, impoverisce sempre di più. Le parabole hanno precisamente questo doppio effetto: aggiungono e tolgono. Più uno già sa, più è in grado di aggiungere conoscenze al suo sapere.

  13 Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.

 Le folle hanno già una certa incomprensione e non è prodotta dal linguaggio parabolico di Gesù: quest’ultimo non fa altro che renderla più evidente. C’è comunque un paradosso in questa affermazione.

  14 Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice: Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. 15 Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!

 Il testo di Isaia, che è uno dei profeti più citati nel Nuovo Testamento, serve a spiegare l’insuccesso della predicazione di Gesù, come già quella di Isaia stesso: non si tratta di un giudizio di condanna.

 16 Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. 17 In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!

 Dopo le terribili parole di Isaia, Matteo riporta delle parole di approvazione rivolte da Gesù ai suoi discepoli. La comprensione è un dono gratuito, tanti uomini giusti del passato non hanno potuto vedere e ascoltare quello che invece oggi i discepoli possono vedere e udire.

  18 Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore.

 Voi dunque che potete capire e non avete il cuore indurito, ascoltate la spiegazione della parabola. Essa viene chiamata la parabola del seminatore, ma la si può chiamare anche “dei quattro terreni”.

  19 Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada.

 I quattro terreni possono corrispondere a diverse persone oppure sempre alla stessa persona in momenti diversi della propria esistenza e del suo ascolto della parola di Dio.  Il primo terreno corrisponde alla semente gettata lungo la strada. Matteo identifica il seme con l’uditore che lo riceve. Su questo terreno il seme non ha neppure il tempo di germogliare. “Il maligno”, espressione tipica di Matteo e Giovanni, è stata ricollegata all’ “impulso cattivo” che fa lotta con quello buono nel cuore dell’uomo. Il male ha origine nel non ascolto e nella disobbedienza.

  20 Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l'accoglie subito con gioia, 21 ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno.

 Il secondo terreno corrisponde al seme gettato sui terreni pietrosi. Qui si ha una risposta accogliente, cordiale, gioiosa, ma “momentanea”, cioè di breve durata: c’è un problema di impazienza, di incostanza, di mancanza di radici che viene messo in luce nei momenti di persecuzione o di tribolazione. La parola non dà frutto a causa di una tenuta insufficiente: nella prova, “subito” uno viene meno.

  22 Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto.

 Il terzo terreno è quello infestato da spine. Qui c’è stata sia l’accoglienza, sia una certa durata nel tempo: qualcuno che ha dato una buona prova di sé. Ma altre realtà convivono accanto alla parola e finiscono per avere il sopravvento e per soffocarla: la preoccupazione e soprattutto l’illusione della ricchezza, ossia di mamon, del denaro.

  23 Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno".

 Il quarto terreno è quello che dà frutto, ma in proporzioni diverse (cento, sessanta, trenta). Uno studioso ha paragonato questi tre rendimenti con l’osservanza del triplice comandamento che gli ebrei ripetevano ogni giorno nella loro preghiera quotidiana: Ascolta Israele, amerai il Signore con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua forza. Nella comune interpretazione rabbinica “con tutta l’anima” significa “perfino se egli ti strappa l’anima”, cioè fino al martirio; mentre “con tutta la forza” significa “con tutte le tue ricchezze” (mamon).

 Quelli che producono il cento sono coloro che hanno un cuore talmente obbediente da sacrificare non solo la loro proprietà (mamon), ma anche la cosa più preziosa di tutte, la loro vita (anima), cioè i martiri. Quelli che producono il sessanta hanno un cuore obbediente e danno via i loro averi, ma non si trovano nell’occasione di dare la loro vita a causa della parola. Quelli che producono il trenta hanno pure un cuore obbediente e indiviso, ma non si trovano nell’occasione di offrire, per amore di Dio, né la loro vita né la loro proprietà.

 

 

15 luglio - Mt 10,24-33

 24 Un discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo signore; 25 è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia!  26 Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto.27 Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. 28 E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l'anima e il corpo. 29 Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. 30 Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31 Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! 32 Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; 33 chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.

 

24 Un discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo signore; 25 è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia!

 Questi versetti illustrano la perfetta configurazione del discepolo al Maestro: egli è reso partecipe del destino di sofferenza e persecuzione toccata a Gesù. Quest’ultimo si dichiara maestro e signore, mentre i Dodici sono discepoli e servi, ossia familiari o “compagni di casa”. Gesù è il “padrone di casa” che manda con autorità i discepoli in missione. Egli è stato calunniato come personificazione di Beelzebul. In ebraico si ha un gioco di parole tra baal habbait (padrone di casa) e baal-zebul (signore delle mosche, del letame).

  26 Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto.

Matteo continua con delle parole di consolazione. Il discepolo deve raggiungere il livello del suo maestro, deve essere disponibile ad annunciare il vangelo con tutta franchezza, senza lasciarsi intimorire dalle minacce dei suoi oppositori.

 27 Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.

E’ vero che l’insegnamento di Gesù ha qualcosa di misterioso, qualcosa che Egli dice ai suoi discepoli e non alle folle (es. l’utilizzo delle parabole invece dei discorsi espliciti, Mt 13,10-11), ma questo messaggio deve essere poi predicato dalle terrazze che fanno da tetto alle case della Palestina, cioè da luoghi alti e scoperti, in modo che tutti lo possano sentire.

 28 E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l'anima e il corpo.

Sorprende che Matteo distingua qui tra anima e corpo. Egli di solito ragiona con categorie ebraiche, in cui tale distinzione non esiste, essendo l’anima la ‘vita’. In questo caso però egli fa sue la distinzione greca tra anima e corpo che si prestava meglio a parlare della vita dopo la morte.

Bisogna temere soprattutto il Signore, colui che può far perire anche l’anima! La Geenna era una valle che circondava Gerusalemme a sud-ovest. Era stata profanata con dei sacrifici di bambini e la si considerava un luogo immondo. In questo luogo si buttavano i rifiuti e insieme ad essi si bruciavano i cadaveri immondi. Per questo motivo è diventata poi il simbolo del castigo degli empi e anche nell’immaginario cristiano si è tramutata nel fuoco dell’inferno.

 29 Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro.

Il termine tradotto con “soldo” è l’as, la moneta romana più piccola. Il passero, il piccolo uccello mangiato dai poveri, era il genere di carne meno cara che si poteva trovare sul mercato. La caduta a terra del passero, cioè la sua morte, non avverrà senza che Dio lo sappia e lo permetta. Se Dio si prende cura dei passeri, quanta maggiore cura avrà per gli uomini!

 30 Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati.

Questo versetto interrompe il discorso sui passeri, che continua nel versetto seguente, ma ribadisce il principio della cura di Dio nei confronti degli esseri umani.

 31 Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!

Nel modo di pensare ebraico molti significa tutti. Quindi: voi valete più di tutti i passeri.

 32 Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli;

Il verbo homologheo significa “confessare”, “lodare”, ma anche “dichiararsi pubblicamente in favore di qualcuno”. Qui va inteso secondo quest’ultimo significato, infatti è seguito da un “per me”. Può essere inteso come il riconoscimento davanti ai tribunali, ma anche in qualsiasi altra situazione. Sul riconoscimento da parte di Gesù al momento del giudizio finale si veda Mt 25,31-32.

 33chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.

Il contrario di riconoscere è “rinnegare”. Questa opposizione tra riconoscere e rinnegare tornerà con tutta la sua drammaticità nei racconti della passione (Mt 27,70ss). Rinnegare significa sconfessare, non riconoscersi più in Gesù.

 

 

 

 

14 luglio - Mt 10,16-23

 16Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.17Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; 18e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. 19Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell'ora ciò che dovrete dire: 20infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.

 

21Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. 22Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato.23Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un'altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d'Israele, prima che venga il Figlio dell'uomo.

 

16Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.

 

Ora il discorso si allarga alla possibilità di persecuzione. Gesù ha mandato i suoi come pecore in mezzo ai lupi. Vi sono dei pericoli che insidiano la missione dei discepoli. I discepoli sono le pecore del nuovo gregge di Dio, minacciato da lupi rapaci, che forse simboleggiano gli esponenti dei giudei e anche le autorità romane. Gesù raccomanda la prudenza dei serpenti per evitare le insidie dei nemici, ma nello stesso tempo suggerisce la semplicità delle colombe. Non richiede dai discepoli un eroismo scriteriato, il martirio a tutti i costi, ma esorta alla cautela per non esporre inutilmente la vita al pericolo di morte.

 

 17Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; 18e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani.

 

Le azioni descritte diventano via via più gravi. Priva vi è la consegna ai tribunali, cioè ai sinedri che designano i piccoli tribunali giudaici locali composti da 23 membri, mentre il sinedrio di Gerusalemme, che giudicherà Gesù era fatto di 70 membri, più il sommo sacerdote. Dal tribunale locale i discepoli passeranno alla flagellazione, poi al giudizio di autorità politiche. I governatori potevano essere i prefetti romani della Giudea. I re potevano essere i principi erodiani. Come narrano gli Atti degli Apostoli, i processi offrirono spesso ai cristiani l’occasione di testimoniare il vangelo dinanzi alle autorità giudaiche e pagane, favorendone la diffusione tra le nazioni. E’ evidente qui il superamento della missione dei Dodici.

 

 19Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell'ora ciò che dovrete dire: 20infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.

 

Gesù rassicura i discepoli che nella comparizione dinanzi ai tribunali sarà dato loro ciò di cui parlare. Questo è un passivo divino. Dio stesso darà loro le parole più giuste. Per i primi cristiani, non abituati a parlare in pubblico, la prospettiva di impostare un’autodifesa poteva essere una cosa allarmante. Qui ricevono la rassicurazione che avrebbero avuto l’assistenza dello Spirito Santo.

 

 21Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. 22Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato.

 

La testimonianza del Vangelo provocherà delle crisi persino nell’ambito delle famiglie, determinando divisioni, tradimenti e persino l’uccisione. La divisione della famiglia era un tema tipico della letteratura apocalittica, come segno della fine del mondo. La fedeltà al nome, cioè alla persona di Gesù, causerà un odio violento da parte di tutti. Ma il discepolo che persevererà sarà salvato. La perseveranza è l’accettazione paziente invece della resistenza attiva. La “fine” non deve essere la morte mediante il martirio, ma piuttosto la fine delle sofferenze associate alla venuta del regno di Dio.

 

 23Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un'altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d'Israele, prima che venga il Figlio dell'uomo.

 

Gesù raccomanda la prudenza agli evangelizzatori, per non esporre la loro vita al pericolo senza necessità. Il martirio non è una conquista umana, ma un dono di Dio. Se necessario, i discepoli daranno anche la vita per la causa del vangelo, ma il martirio va accettato con gratitudine, non perseguito con fanatismo incontrollato.

 

E’ molto oscura la promessa fatta da Gesù: non avrete finito di percorrere le città di Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo. Sembra riguardi il ritorno glorioso di Gesù alla fine dei tempi, ritorno che le prime comunità cristiane ritenevano imminente.

 

 

 

13 luglio - Mt 10,7-15

 Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, 10 né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. 11 In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. 12 Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. 13 Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. 14 Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. 15 In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città.

 7Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino.

 Gesù, dopo aver indicato ai discepoli i luoghi dove dovevano andare e le persone a cui rivolgersi, ricorda loro cosa devono fare. L’annuncio che devono proclamare è lo stesso che Lui e Giovanni Battista hanno dato sin dal principio della sua missione: la prossimità del regno dei cieli.

  8Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.

 L’annuncio del regno di Dio da parte dei discepoli sarà accompagnato dagli stessi prodigi che hanno accompagnato l’annuncio dato da Gesù. Si tratta delle stesse azioni che egli ha compiuto nei capitoli 8 e 9. Le raccomandazioni che Egli da ai suoi inviati continueranno fino al v. 23, ma la liturgia di questa domenica si ferma al non chiedere compensi per la propria attività. L’annunzio messianico deve essere gratuito, poiché lo si è ricevuto per gratuito volere di Dio.

 9Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, 10né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento.

 La gratuità dell’annuncio si traduce anche nella povertà radicale nell’equipaggiamento, non tanto per amore di ascetismo, ma per manifestare la fiducia esclusiva nell’aiuto di Dio e per non frapporre ostacoli alla diffusione del regno. Il missionario è certo della validità salvifica della sua azione e perciò non ricerca false sicurezze nei beni terreni. Si affida unicamente alla Provvidenza. Non è consentito portare metalli preziosi né denaro nelle cinture, luogo dove abitualmente si appendeva il borsello per il denaro. Non si poteva portare una borsa da viaggio con provviste e ricambio di biancheria. Matteo esclude l’uso dei sandali (ammessi in Marco). Forse allude alla sacralità del ministero apostolico (cf. Es. 3,5). Vieta pure il bastone che poteva diventare un mezzo di difesa. Al vitto del predicatore avrebbero provveduto i suoi ascoltatori (come ricordato anche da Paolo).

  11In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti.

 Viene illustrata qui la prassi dei missionari. In questi versetti ritorna spesso l’aggettivo degno. Non designa il merito personale ma un atteggiamento di accoglienza e di apertura al vangelo. Gesù esclude i cambiamenti di dimora, alla ricerca di una sistemazione migliore. La delicatezza verso chi ospita e il disinteresse devono prevalere su ogni comodità.

  12Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. 13Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi.

 Essi si recheranno nelle città e nelle case. Coloro che accoglieranno i discepoli e si apriranno alla luce del vangelo riceveranno la benedizione divina, connessa con la pace, il dono messianico per eccellenza, che implica ogni bene spirituale e anche l’aiuto divino nelle necessità temporali. L’accoglienza o meno di questa pace è il segno che l’uditore sia degno o no di ricevere il messaggio evangelico.

  14Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi.

 Chi non accoglie il missionario e non ascolta il suo messaggio di salvezza viene equiparato a un pagano. Il discepolo lascerà quella casa o quella città, scuotendo la polvere dai piedi. Questo gesto veniva compiuto dall’israelita quando tornava da un paese pagano, prima di varcare il confine, per non contaminare la Terra Santa. Così i discepoli di Gesù dovranno considerare impure e pagane le località dove non sarebbero stati accolti.

  15In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città.

 Nel giudizio divino le città che non accolgono il vangelo saranno punite più duramente di Sodoma e Gomorra, le due città su cui Dio fece piovere zolfo e fuoco dal cielo (Gn 19,24).

 

 

12 luglio - Mt 10,1-7

 Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, colui che poi lo tradì. Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino.  

 

1 Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.

 Questo è il mandato che Gesù affida ai suoi discepoli. Per ora, tra le attività da lui compiute egli affida loro solo il cacciare i demoni e la cura dei malati. Inoltre, come vedremo, essi sono mandati solo al popolo di Israele. Solo al termine del Vangelo essi saranno mandati ad insegnare e a fare discepole tutte le nazioni.

  2I nomi dei dodici apostoli sono:

 In Matteo il termine apostoli non ha il significato tecnico che troviamo invece in Luca e Atti, nei quali indica esclusivamente i dodici. In Matteo significa in modo più ampio coloro che sono stati “inviati”. Matteo designa i dodici con il termine “discepoli”, indicando con ciò il gruppo più ristretto dei seguaci di Gesù. Matteo preferisce dunque parlare di discepoli piuttosto che di apostoli, ma ciò non toglie che coloro che egli manda siano anche dei missionari, dotati della stessa autorità di colui che li ha inviati.

  primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello;

 I nomi dei “dodici inviati” sono gli stessi in Marco e Matteo, anche se disposti in un ordine leggermente diverso. Pietro figura in testa alle liste, ma solo in Matteo viene indicato come il primo. Simon è la forma greca dell’ebraico Shimon, dalla radice “ascoltare”. Anche Giacomo e Giovanni sono forme greche di nomi ebraici.

  3Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo;

 Bartolomeo è un nome semitico. Tommaso significa “gemello” ed è forse un soprannome. Filippo e Andrea sono i soli nomi effettivamente greci. Solo in questo vangelo si precisa che Matteo era un pubblicano, cioè colui di cui si parla in Mt 9,9ss.

  4Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, colui che poi lo tradì.

 Simone è detto il “cananeo” in quanto aderente a un gruppo armato di resistenza antiromana che aveva nome qannai, che significa “geloso” “zelota” (cf. Lc 6,15 e At 1,13).

 Quanto a Giuda “l’Iscariota” il significato più neutro del suo soprannome sarebbe quello di “abitante di Qeriot” un villaggio della regione del Neghev. Potrebbe anche essere inteso come ish qarja, l’uomo falso”, un sinonimo di “traditore” come spesso viene indicato Giuda nella tradizione evangelica.

  5Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani;

 L’invio di Gesù è perentorio: non andate nella via dei pagani. Questo significa che la loro missione è rivolta a Israele (come sarà detto esplicitamente nel versetto successivo), ma può essere anche un avvertimento a non assumere la condotta dei pagani (come in Ger 10,2). Il frequentare regioni pagane avrebbe portato con sé il rischio di assumere le loro usanze. Lo stesso divieto vale anche per i samaritani, che venivano considerati come dei pagani e il cui territorio era accuratamente evitato dai Galilei che si recavano a Gerusalemme, nonostante ciò significasse allungare il percorso.

  6rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele.

 Questa limitazione del raggio di azione dei discepoli di fatto ricalca l’itinerario missionario di Gesù, che non uscì dalla Galilea se non per brevissimi periodi. Le pecore perdute ci ricordano le folle stanche davanti alle quali Gesù si era commosso all’inizio di questo brano. Sono gli Israeliti che hanno smarrito la strada, che non sono più guidati dai loro pastori, che attendono l’arrivo del Messia, il vero pastore.

  7Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino.

 Gesù, dopo aver indicato ai discepoli i luoghi dove dovevano andare e le persone a cui rivolgersi, ricorda loro cosa devono fare. L’annuncio che devono proclamare è lo stesso che Lui e Giovanni Battista hanno dato sin dal principio della sua missione: la prossimità del regno dei cieli.

 

11 luglio - San Benedetto - Mt 19,27-29

 27 Allora Pietro gli rispose: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?». 28 E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d'Israele. 29 Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. 30 Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi.

  

 Terminato il discorso ecclesiale, che occupa il capitolo 18, Gesù si reca verso Gerusalemme dove troverà la morte. Qui si trova ad affrontare alcuni temi piuttosto impegnativi, come l’indissolubilità del matrimonio, il ruolo dei bambini e il rapporto tra la fede e le ricchezze di questo mondo. Proprio a questo ultimo argomento si rifà il brano che leggiamo oggi nella festa di san Benedetto, il guadagno che hanno avuto coloro che hanno seguito Gesù.

  27Allora Pietro gli rispose: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?».

 Gesù ha appena affermato che è difficile per un ricco entrare nel regno dei cieli. Allora Pietro prende la parola, a nome del gruppo dei dodici.

  28E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d'Israele.

 Questa prima promessa è esclusiva di Matteo. La rigenerazione riguarda il giudizio finale, cioè il giorno in cui Cristo ritornerà come giudice per giudicare il mondo e inaugurare il regno escatologico definitivo di Dio. Matteo sottolinea il senso di nuova creazione, di mondo rinnovato alla fine dei tempi. I discepoli che hanno seguito Gesù nella via della sofferenza e dell’umiliazione parteciperanno allo splendore del suo trionfo finale, saranno associati al suo potere regale, quali giudici della comunità messianica.

  29Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna.

 Matteo si riaggancia alla richiesta del giovane ricco, che voleva ereditare la vita eterna. Chi ha rinunciato a tutto per Gesù riceverà altri beni in abbondanza e anche la vita eterna.

  30Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi.

 Per primi si intende forse il popolo ebraico, che è stato chiamato per primo alla salvezza e ora viene respinto per colpa propria, o forse si riferisce agli esponenti di spicco di quel popolo, che vengono posposti ai piccoli, cioè ai discepoli. 

 

10 luglio - Mt 9,18-26

 18 Mentre diceva loro queste cose, giunse uno dei capi, gli si prostrò dinanzi e disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà». 19 Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli. 20 Ed ecco, una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, gli si avvicinò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. 21 Diceva infatti tra sé: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata». 22 Gesù si voltò, la vide e disse: «Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata». E da quell'istante la donna fu salvata.

23 Arrivato poi nella casa del capo e veduti i flautisti e la folla in agitazione, Gesù 24 disse: «Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme». E lo deridevano. 25 Ma dopo che la folla fu cacciata via, egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. 26 E questa notizia si diffuse in tutta quella regione.

  

18 Mentre diceva loro queste cose, giunse uno dei capi, gli si prostrò dinanzi e disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà».

 Come al solito Matteo riprende un testo di Marco e lo taglia a suo piacimento. Mentre in Marco 5 il padre della fanciulla era il capo della sinagoga, Matteo dice solo si trattasse di un capo. Probabilmente la comunità di Matteo aveva delle difficoltà con la sinagoga e quindi preferisce rimanere nel vago. Questo uomo si prostra davanti a Gesù, perché riconosce la sua superiorità (è lo stesso gesto dei re Magi e del lebbroso del cap. 8. Per Matteo la fanciulla era già morta. Questo gli permette di sintetizzare ulteriormente il suo racconto, mettendo in risalto la fede del capo e la sua fiducia nei poteri taumaturgici di Gesù. Imponendo la sua mano su di lei, Gesù le avrebbe trasmesso la salute.

  19Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli.

Tra le cose che tralascia, Matteo non dimentica di ricordare che i discepoli erano con lui.

20Ed ecco, una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, gli si avvicinò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello.

Anche l’episodio dell’emorroissa è volutamente stringato. Però a differenza di Marco, qui la donna tocca la frangia del mantello di Gesù, il kraspedon. Dato l’ambiente ebraico tipico di Matteo, il termine si riferisce alle frange o ai fiocchi appesi agli angoli dei vestiti secondo Nm 15,38-39. Si ricordano le critiche ai farisei che allungavano i filatteri, cioè le frange del loro mantello.

  21Diceva infatti tra sé: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata».

 La donna fa un ragionamento contrario a quello del capo nel v. 18. E’ convinta che sarebbe stata sanata se avesse toccato Gesù. Il capo era convinto che se Gesù avesse toccato sua figlia, questa sarebbe stata guarita. Non si tratta di magia, ma di fede nel potere taumaturgico di Gesù.

  22Gesù si voltò, la vide e disse: «Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata». E da quell'istante la donna fu salvata.

 Matteo tralascia la ricerca di chi avesse toccato il mantello tra la folla. Si concentra sul termine sozo che significa guarire, ma anche salvare. L’aspetto più appariscente è la guarigione fisica, ma qui predomina l’aspetto della guarigione spirituale (salvezza).

  23Arrivato poi nella casa del capo e veduti i flautisti e la folla in agitazione, Gesù

 Matteo può saltare i particolari dell’annuncio della morte della ragazza, ma aggiunge la presenza dei flautisti, che conferma il dato della morte della fanciulla.

  24disse: «Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme». E lo deridevano.

 E’ possibile che l’episodio riguardi un profondo intuito di Gesù delle condizioni della fanciulla (che fosse incosciente o in coma), ma più probabilmente deve essere preso come una vera e propria resurrezione di una persona morta. Un segno che prelude alla risurrezione di Gesù.

  25Ma dopo che la folla fu cacciata via, egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò.

 Gesù caccia dunque la folla incredula e fa rialzare la fanciulla. Il verbo si alzò è quello della risurrezione di Gesù (egerthe).

  26E questa notizia si diffuse in tutta quella regione.

 A differenza di Marco, Matteo non registra il segreto messianico. La notizia si diffonde in tutta la regione con meraviglia. Ancora Matteo omette l’ordine dato da Gesù di dare da mangiare alla fanciulla e anche la sua età. 

   

 

Matteo 12,1-14

1In quel tempo Gesù passò, in giorno di sabato, fra campi di grano e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere delle spighe e a mangiarle. 2Vedendo ciò, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato». 3Ma egli rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? 4Egli entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell'offerta, che né a lui né ai suoi compagni era lecito mangiare, ma ai soli sacerdoti. 5O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio vìolano il sabato e tuttavia sono senza colpa? 6Ora io vi dico che qui vi è uno più grande del tempio. 7Se aveste compreso che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici, non avreste condannato persone senza colpa. 8Perché il Figlio dell'uomo è signore del sabato».

9Allontanatosi di là, andò nella loro sinagoga; 10ed ecco un uomo che aveva una mano paralizzata. Per accusarlo, domandarono a Gesù: «È lecito guarire in giorno di sabato?». 11Ed egli rispose loro: «Chi di voi, se possiede una pecora e questa, in giorno di sabato, cade in un fosso, non l'afferra e la tira fuori? 12Ora, un uomo vale ben più di una pecora! Perciò è lecito in giorno di sabato fare del bene». 13E disse all'uomo: «Tendi la tua mano». Egli la tese e quella ritornò sana come l'altra.

14Allora i farisei uscirono e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.

 

1In quel tempo Gesù passò, in giorno di sabato, fra campi di grano e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere delle spighe e a mangiarle.

Un nodo cruciale per il confronto tra Gesù e i rappresentanti del giudaismo era costituito dal precetto del riposo sabbatico, considerato uno dei più sacri e rigorosi. Gesù non ne contestava la validità, ma si opponeva all’interpretazione legalistica che ne davano i farisei.

 

 

2Vedendo ciò, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato».

Tra le 39 opere considerate proibite in giorno di sabato rientrava anche la trebbiatura. Per la casistica rabbinica, il gesto di raccogliere e stropicciare alcune spighe per mangiarne i grani era assimilato alla trebbiatura. Quindi i discepoli di Gesù violavano il sabato. Matteo aveva giustificato con la fame il gesto dei discepoli, quindi non violavano il sabato poiché si trovavano in caso di necessità.

 

3Ma egli rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? 4Egli entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell'offerta, che né a lui né ai suoi compagni era lecito mangiare, ma ai soli sacerdoti.

Gesù giustifica i suoi perché la situazione permetteva un accostamento all’episodio di Davide che aveva mangiato i pani sacri della presentazione, riservati ai sacerdoti.

 

5O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio vìolano il sabato e tuttavia sono senza colpa? 6Ora io vi dico che qui vi è uno più grande del tempio.

Gesù riporta un’altra giustificazione per l’azione dei discepoli. L’importanza del servizio al tempio consentiva ai sacerdoti di lavorare anche di sabato. Siccome nella persona di Gesù è presente Dio in modo più reale ed eccelso che nel tempio di Gerusalemme, a maggior ragione i discepoli al suo servizio erano da considerare dispensati dalla prescrizione del riposo sabbatico.

7Se aveste compreso che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici, non avreste condannato persone senza colpa. 8Perché il Figlio dell'uomo è signore del sabato».

La terza giustificazione riportata da Gesù è la volontà di Dio. Egli ha compassione dell’uomo che si trova nell’indigenza. Perciò è la misericordia di Dio che deve determinare il comportamento etico dell’uomo, subordinando a questo suo volere tutti gli altri comandamenti: l’amore verso l’uomo prevale sul dovere rituale in onore di Dio, sulla precettistica cultuale. Matteo ribadisce anche in questo punto il precetto della misericordia. 

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