Vangelo di oggi

27 maggio 2017 - Gv 16,23b-28

 In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. 24 Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena. 25 Queste cose ve le ho dette in modo velato, ma viene l'ora in cui non vi parlerò più in modo velato e apertamente vi parlerò del Padre.26 In quel giorno chiederete nel mio nome e non vi dico che pregherò il Padre per voi: 27 il Padre stesso infatti vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto che io sono uscito da Dio. 28 Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre».

 

In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà.

 In tono solenne Gesù termina questa parte del discorso, affermando che la relazione tra i discepoli e Dio è ormai mediata dall’amore. Il tema della preghiera esaudita ritorna per la terza volta negli Addii di Gesù, con maggiore ampiezza e con una diversa funzione: l’esaudimento da parte del Padre, senza che il figlio debba intervenire, manifesta che l’alleanza tra Dio e gli uomini è pienamente realizzata.

 La precisazione nel mio nome che caratterizzava la domanda dei discepoli nelle menzioni precedenti viene qui mantenuta, anzi è messa in rilievo nel contrasto tra un prima e un dopo Nel mio nome significa nella fede in me. In effetti ,pregare Dio nel nome del Figlio non significa in primo luogo pregarlo raccomandandosi a lui come a un intercessore potente, neppure presentandosi come incaricato di far risuonare nel mondo la sua parola. Significa pregare il Padre in quanto discepolo di Gesù, grazia alla fede che lo riconosciuto Figlio di Dio. Fino ad ora, coloro che avevano seguito con fiducia l’Inviato non erano ancora dei veri credenti; lo diventeranno quando Gesù, ritornato al Padre, li avrà introdotti alla vera fede, grazie all’intelligenza che lo Spirito avrà dato loro

 

24 Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena.

 In questa ripetizione, il chiedere nel mio nome diventa un’esortazione, un appello: chiedete e riceverete, come nella tradizione sinottica. L’esortazione ha come scopo la gioia dei credenti. Questa menzione collega il brano alla rivelazione precedente sulla gioia che eliminava la tristezza: essa sarà anche “piena”, prendendo il posto della tristezza che aveva riempito i cuori. 

 

25 Queste cose ve le ho dette in modo velato, ma viene l'ora in cui non vi parlerò più in modo velato e apertamente vi parlerò del Padre.

 La rivelazione in forma enigmatica viene opposta alla rivelazione chiara. Il tempo in cui Gesù parlerà chiaro è quello che segue la Pasqua, quando raggiungerà i suoi discepoli attraverso l’azione dello Spirito. Gesù aveva parlato apertamente, ma le cose che diceva non sempre venivano capite dai suoi interlocutori. E’ necessario l’aiuto dello Spirito Santo.

 

 26 In quel giorno chiederete nel mio nome e non vi dico che pregherò il Padre per voi:

 Le parole in quel giorno collegano questo versetto a Gv 16,23-24. Il tema della preghiera viene qui leggermente trasformato. Gesù dichiara che ormai non sarà più l’intercessore tra il Padre e i discepoli. L’affermazione è paradossale, perché qui la preghiera è ancora fatta “nel suo nome”, nel nome del Figlio che, in questo testo, ha nuovamente chiamato Dio “il suo” Padre. Se Gesù sembra nascondersi è perché ormai non è più all’esterno, ma all’interno dei discepoli.

  

27il Padre stesso infatti vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto che io sono uscito da Dio.

 I vv. 26-27 parlano infatti della relazione immediata dei credenti con Dio. Ne è data la ragione: il Padre ama i discepoli uniti a Gesù grazie alla fede e all’amore: essi si identificano con l’Unico. Il verbo usato per amare è phileo. Gesù giustifica qui il nome di amici che ha dato ai suoi discepoli con la comunicazione che ha fatto loro di “tutto” ciò che ha ascoltato dal Padre. Il contenuto della fede è esplicitato nel finale: i discepoli hanno creduto che Gesù è “uscito da Dio”. Mentre l’asse del discorso è rappresentato dalla salita di Gesù al Padre, qui viene sottolineata la sua origine: riconoscerla è alla base dell’adesione alla sua persona.

 

 28Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre».

 In questo ultimo brano del discorso di addio, Gesù ripercorre trionfalmente il suo itinerario di Inviato. Le ultime parole del v. 27 vengono qui ripetute (con l’aggiunta dal Padre), come punto di partenza di una proclamazione che abbraccia in tutta la sua ampiezza il percorso dell’Inviato: da Dio a Dio passando per il mondo.

 In questo versetto l’uscita dal Padre è avvenuta nel passato, mentre la venuta nel mondo è un evento che ha un effetto durevole. I due luoghi dal Padre e nel mondo sono contrapposti. Nella seconda parte del versetto abbiamo il movimento di ritorno. Dicendo che lascia il mondo e torna al Padre Gesù sottintende che va a ritrovare il suo vero posto, il suo “luogo”. Si afferma nei quattro verbi, tutti all’attivo, l’IO del Rivelatore: il Figlio ha fatto sua la missione ricevuta e ora compiuta, come dirà in seguito: “Io sono il vincitore del mondo”. 

 

26 maggio 2017 - Gv 16,20-23a

 20 In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.

 21 La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. 22 Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. 23 Quel giorno non mi domanderete più nulla.

20 In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.

La tristezza dei discepoli verrà provocata dalla morte di Gesù. Contrapposta a questa tristezza vi sarà la gioia inautentica del mondo che immagina di aver avuto ragione nel processo intentato contro Gesù e di essersi sbarazzato di questo “guastafeste”. Però la gioia diventerà appannaggio dei discepoli: la loro tristezza si trasformerà in gioia.

 

21 La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo.

Ecco qui la piccola parabola che ci spiega meglio questo passaggio. La tristezza verrà divorata dalla gioia. La donna che ha partorito “non si ricorda più” della sofferenza precedente, designata non con il nome di tristezza, ma con sofferenza, una prova passeggera.

 

22 Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà

La gioia annunciata è il frutto dell’incontro dei discepoli con Gesù al di là della morte. Nei capitoli 14 e 16 Gesù aveva detto più volte “Voi mi rivedrete”, ma in questo caso parla in prima persona “Io vi rivedrò”. Questa espressione unica nel Nuovo Testamento sottolinea che l’iniziativa dell’incontro appartiene a Gesù. Vi è però una certa reciprocità: anche Gesù sarà nella gioia per il compimento della sua missione.

 

e nessuno potrà togliervi la vostra gioia.

L’ultimo stico del v. 22 manifesta che l’incontro del Risorto con i suoi non si limita al giorno di Pasqua: è l’inizio di una presenza reciproca illimitata nel tempo.

 

23 Quel giorno non mi domanderete più nulla.

Quel giorno non riguarda la Fine, ma la comunione piena con il Padre, iniziata a Pasqua. La certezza della Presenza farà cessare gli interrogativi inquieti. Il tema del domandare affiora ancora. Nell’incontro dopo la Pasqua si è fatta chiarezza, e il Paraclito aiuterà i credenti a comprendere tutto quello che era rimasto incompreso. Per i figli della luce tutto diventerà luminoso.

 

 

25 maggio 2017 - Gv 16,16-20

 16 Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete». 17 Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos'è questo che ci dice: «Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete», e: «Io me ne vado al Padre»?». 18 Dicevano perciò: «Che cos'è questo «un poco», di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire».

 19 Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: «Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete»? 20 In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.

 

16 Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete».

Il testo sul Paraclito è seguito immediatamente da un annuncio che riguarda Gesù nella sua relazione con i discepoli dopo la Pasqua. L’affermazione di questo versetto ha un suono enigmatico. Narrativamente è posta prima della Passione. Gesù annuncia ai discepoli che vi saranno due periodi: quello di un non-vedere e poi quello di un vedere. Un piccolo intervallo (mikron) caratterizzava all’inizio degli Adii l’annuncio della partenza di Gesù (13,33). Minacciato di arresto Gesù insisteva con i suoi ascoltatori perché si impegnassero, il tempo era breve. In questo passo invece non c’è più il senso dell’urgenza, ma è una rivelazione: Gesù introduce i suoi nel mistero della sua Pasqua. Il primo intervallo porta alla morte di Gesù, il secondo al giorno di Pasqua e oltre.

 

17 Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos'è questo che ci dice: «Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete», e: «Io me ne vado al Padre»?». 18 Dicevano perciò: «Che cos'è questo «un poco», di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire». 19 Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: «Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete»?

Questo linguaggio solleva immediatamente la protesta degli ascoltatori. La frase che non sono riusciti a comprendere viene ripetuta da loro e poi da Gesù. L’annuncio viene reiterato per tre volte e messo in rilievo prima di essere interpretato.

 

20 In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.

Ecco dunque l’interpretazione del v. 17. Introdotta da un doppio amen, l’interpretazione è centrata sulla trasformazione della tristezza in gioia, che corrisponde al contrasto vedere/non vedere. Tale trasformazione è annunciata a due riprese (vv. 20.22) e messa in evidenza da una piccola parabola interna (v. 21).

La tristezza dei discepoli verrà provocata dalla morte di Gesù. Contrapposta a questa tristezza vi sarà la gioia inautentica del mondo che immagina di aver avuto ragione nel processo intentato contro Gesù e di essersi sbarazzato di questo “guastafeste”.

Però la gioia diventerà appannaggio dei discepoli: la loro tristezza si trasformerà in gioia. 

 

 

 

24 maggio 2017 - Gv 16,12-15

 

12 Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13 Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 14 Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 15 Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.

 

12Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.

Gesù aveva chiamato amici i suoi discepoli, sottolineando il fatto che agli amici tutto viene rivelato. In questo passo sembra un po’ contraddirsi, ma il motivo per cui non rivela tutto ai suoi è chiaro: in quel momento i discepoli non avrebbero potuto sostenerne il peso. Stavano per accadere dei fatti piuttosto difficili da vivere (l’arresto, il processo e l’esecuzione capitale di Gesù), i discepoli non furono in grado di sostenerli e fuggirono davanti al pericolo. Inoltre soltanto il compimento del mistero di Cristo, la sua risurrezione e la discesa dello Spirito Santo, permette la piena comprensione di quanto Gesù ha detto e fatto.

 

13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.

Qui Gesù introduce in modo solenne la persona dello Spirito Santo. E’ Lui, lo Spirito Santo, che permetterà ai discepoli di comprendere. E’ lui l’interprete autorevole della parola di Cristo. Il Figlio ha agito e ha accompagnato con le parole le sue azioni, ma la comprensione piena di ciò che ha detto e fatto sarà possibile solo grazie allo Spirito Santo, nella nuova epoca che si apre con la sua venuta. E’ lo Spirito della verità, contrapposto allo spirito dell’errore di cui si parla nei testi di Qumran. La sua azione si esprime attraverso tre verbi dal significato molto forte.

Lo Spirito guiderà i discepoli verso la verità: grazie allo Spirito Santo, Dio viene incontro a un desiderio che attraversa tutto l’Antico Testamento, il desiderio che l’uomo ha di essere guidato nella via della verità (Sal 25,5; 86,11; versione greca dei Settanta). E’ tutta la verità: finalmente anche quello che Gesù non ha detto ai suoi perché non potevano portarne il peso, nell’era dello Spirito verrà completamente rivelata.

Lo Spirito parlerà. E’ attraverso la parola che lo Spirito potrà guidare alla verità coloro che lo seguono. Egli esprimerà ciò che ha udito dal Figlio. Anche se Gesù non parlerà più ai suoi, la sua parola continuerà ad essere viva ed annunciata dallo Spirito Santo. Il verbo che traduciamo annunciare in greco è anallegein, che con il prefisso ana dà l’idea di una cosa che viene ripetuta più volte. Lo Spirito annuncerà più volte ciò che Gesù ha detto: per essere ascoltato dalle nuove generazioni di discepoli, ma anche per chi sta già compiendo il cammino e deve essere introdotto a una verità sempre più profonda. Nell’annuncio dello Spirito vi saranno le parole che Gesù ha detto ma anche le cose future. Cosa dobbiamo intendere con questa espressione? Alcuni studiosi pensano ai fatti ormai imminenti della passione e della morte, altri le vicissitudini che interesseranno i discepoli dopo la morte e la risurrezione, cioè le persecuzioni. Forse è meglio pensare al destino dei discepoli, la pienezza di vita (terrena ed eterna) che la comunione con Cristo, con il Padre e lo Spirito Santo riserva ad ognuno di loro, anche ad ognuno di noi.

 

14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.

Il terzo verbo riguardante lo Spirito Santo è glorificherà il Cristo. Questo annuncio che lo Spirito farà ai discepoli avrà come effetto anche quello di rendere gloria al Figlio, poiché farà comprendere meglio il mistero della sua morte e risurrezione, che per Giovanni è il massimo della glorificazione. Gesù dice che lo Spirito prenderà del suo, cioè attingerà al suo tesoro e lo comunicherà ai discepoli. Così facendo porta a compimento la missione di Gesù e aumenta la sua gloria.

 

15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà”.

Lo Spirito guida alla verità, annuncia la parola di Gesù e lo glorifica, ma fa parte della comunione di amore tra il Padre e il Figlio, quello che lo Spirito prende è prima di tutto del Padre e poi del Figlio. Il nostro ascoltare, lasciarci guidare alla verità, glorificare il Figlio attraverso lo Spirito inserisce anche noi nella comunione di amore che vi è fra le tre persone divine.

 

 

 

23 maggio 2017 - Gv 16,5-11

 Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: «Dove vai?».Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore.Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi.E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. Riguardo al peccato, perché non credono in me; 10 riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più;11 riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato.

 

Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: «Dove vai?».

 Davanti alla notizia della partenza di Gesù, i discepoli ora diventano muti. Ciò significa che si sentono già separati da Lui, non capiscono. La stessa situazione di verificherà nel Getsemani, quando interpellati da Gesù i discepoli non sapevano cosa rispondergli (Mc 14,40). Non vi è più comunicazione, i discepoli sbattono contro il muro della morte, di qui la solitudine e la profonda tristezza. Anche i discepoli di Emmaus erano tristi a causa del crollo della loro speranza (Lc 24,17-21).

 

 Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore.

Sulla tragica situazione dei discepoli nel periodo tra la crocifissione e la risurrezione di Gesù, Giovanni proietta la situazione della comunità cristiana, che dopo aver creduto alla vittori di Cristo sulla morte e all’imminenza del suo ritorno glorioso, si trova isolata in un ambiente che continua a rifiutare la sua fede. L’assenza di Gesù non è solo la sua scomparsa fisica, ma anche lo scarto tra il messaggio della sua vittoria e l’esperienza della prova che continua.

 

Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi.

 Gesù insiste sulla propria partenza, ora nella prospettiva del vantaggio che ne risulterà per i discepoli: il dono del Paraclito, di cui è la condizione, porterà per loro un “di più” rispetto alla sua compagnia terrena. La venuta dello Spirito non è legata all’osservanza dei comandamenti (come era in Gv 14,15-16), ma solo al passaggio pasquale di Gesù. Qui è Gesù che lo manda senza che sia ricordato il Padre. Donare lo Spirito supera i poteri attribuiti tradizionalmente al Messia, perché solo Dio dispone dello Spirito santo. L’omissione del riferimento al Padre sottolinea indirettamente lo statuto raggiunto dal Figlio presso Dio: “Tutto ciò che il Padre ha, è mio!”.

  

E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio.

 Questo testo evoca un processo, in cui il mondo è messo in discussione davanti a Gesù, e anche un giudizio di condanna, che è stato pronunciato non contro il mondo ma contro il suo Principe. Il Paraclito viene ma non per il mondo. Il verbo elegkhein che è stato tradotto dimostrerà è di traduzione complessa. Significa istituire una causa, svelare una colpa e quindi rimproverare, biasimare, correggere severamente. In questa traduzione è sottolineato il senso della denuncia. Grazie allo Spirito i discepoli possono cogliere la colpevolezza del mondo. La sentenza è stata già pronunciata da Dio. Dietro alla persona di Gesù si configurano due figure: l’Avversario che ha creduto di trionfare su di lui e Dio che ha ridotto tale Avversario all’impotenza. La condanna si articola su tre capi di accusa: il peccato, la giustizia e il giudizio.

 

Riguardo al peccato, perché non credono in me;

 Questo testo si riferisce all’incredulità che la comunità vede attorno a sé, nel mondo in cui si prolunga il rifiuto opposto un tempo a Gesù di Nazaret. Negli Addii il termine “mondo” ha sostituito quello di “giudei”. Il progetto del Padre si amplia: al Figlio unico è stato dato potere su ogni carne. Non credere in Gesù è il peccato fondamentale. Il Paraclito permetterà ai discepoli di comprendere e di proclamare che, squalificando Gesù e il suo messaggio, il mondo resiste a Dio.

  

10 riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più;

 Con giustizia, Giovanni non intende la dirittura morale, ma quanto viene riconosciuto a beneficio di una delle due parti: colui che ha ragione esce vincitore dal processo, riveste il manto della giustizia (cf. Is 61,10). Il senso è quello di una giustizia resa, di un buon diritto. Dio che è giusto si è pronunciato, facendo tornare a sé il suo Inviato, che era stato fedele fino alla fine.

 La vittoria di Gesù si vede dal fatto che ritorna al Padre. Non mi vedrete più: questa frase può essere intesa in due modi. Può sottolineare che Gesù è ormai sottratto a questo mondo, oppure suggerisce che la sua stessa invisibilità invita il credente a riconoscere dove si trova Gesù, nella gloria del Padre. Grazie allo Spirito, lo sguardo della fede raggiunge il mistero: l’invisibilità di Gesù è il rovescio della sua glorificazione.

 

 11 riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato.

 In Gv 12,31 Gesù aveva annunciato che al momento della sua “elevazione” il Principe di questo mondo sarebbe stato “gettato fuori”. Anche la seconda menzione del Principe era relativa alla Passione. Qui la sentenza è già stata pronunciata: il Principe di questo mondo è stato condannato da Dio e la condanna ha avuto luogo nell’evento della Croce. Anche se in questo punto del Vangelo di Giovanni, Gesù non è ancora passato attraverso il dramma della Croce, il Principe è già stato condannato. Questo perché il lettore sa che il Vangelo è stato scritto dopo la glorificazione. La Pasqua ha avuto un effetto permanente. 

 

 

22 Maggio 2017 - Gv 15,26 - 16,4a

 26«Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; 27e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.

1Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. 2Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l'ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. 3E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. 4Ma vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate, perché io ve l'ho detto.  

 

26«Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me;

 Il termine Paraclito (parāklētos) è uno dei nomi con cui Giovanni indica lo Spirito Santo. Nella tradizione giudaica era l’avvocato, colui che ci difenderà davanti alle accuse del diavolo (che con i sensi di colpa e falsi scrupoli cerca di aumentare la distanza tra il discepolo e il Dio della misericordia). Nella vita del discepolo il Paraclito sarà anche quello che lo aiuterà a compiere la paraclesi, cioè l’esortazione, come vediamo nel libro degli Atti e nelle lettere di Paolo (cf. At 9,31).

 Anche il titolo Spirito di verità è termine caratteristico di Giovanni e sottolinea l’attività specifica dello Spirito Santo nel mondo e presso i credenti. In questo versetto si annuncia l’invio dello Spirito, ma a differenza di 14,16.26, è Gesù stesso a mandarlo.

 Il verbo testimoniare riguarda la testimonianza al mondo, in favore di Gesù, l’annuncio della fede.

  

27e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.

 Questa testimonianza è insieme dello Spirito e dei discepoli, come precedentemente Giovanni aveva affermato che il Padre rende testimonianza a Gesù. I discepoli sono con Gesù dal principio, inteso come condizione stabile di chi crede, di chi è stato scelto, quindi ogni cristiano. E’ perché il credente è con Gesù che può, fortificato dallo Spirito, testimoniare la verità.

 Ma la testimonianza dei discepoli e dello Spirito non sono indipendenti, i primi danno voce allo Spirito. Come diceva sant’Agostino: “Lo Spirito parla al cuore, voi in parole; egli attraverso l’ispirazione, voi mediante dei suoni”.

 1 Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi.

Il discorso riflette una situazione vissuta: l’ostilità del giudaismo ortodosso nei confronti dei suoi membri divenuti discepoli del preteso Messia e Figlio di Dio. Per comprendere il senso di questa prova la comunità di Giovanni ha preso le distanze, mettendosi all’ascolto di Colui di cui condivide il destino. Fortificata dal Paraclito che testimonia a favore di Gesù, essa può guardare in faccia alla realtà. Realtà che viene presentata qui in forma di profezia. Gesù la comunica ai suoi discepoli in modo da premunirli di fronte allo scandalo della persecuzione che avrebbero subito. Lo scandalo è il rischio di abbandonare la fede davanti a un ostacolo che si vede come insormontabile (la persecuzione appunto).

 2Vi scacceranno dalle sinagoghe;

Questa disposizione verso i cristiani viene ricordata solo da Giovanni. In effetti vi furono delle disposizioni severe contro di loro verso la fine del I secolo. Dopo la caduta di Gerusalemme e la distruzione del Tempio, i farisei avevano sostituito la casta sacerdotale e facevano di tutto per salvare il giudaismo da una possibile dispersione. L’esclusione dalla sinagoga si accompagnava a una vera e propria messa al bando dalla società civile.

 anzi, viene l'ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio.

C’è un’ora che deve venire. Quest’ora non riguarda solo Gesù ma anche i discepoli. Anche loro subiranno una morte violenta. Tale morte non sarà provocata solo dalla comunità ebraica, ma da chiunque. E’ il caso della persecuzione a cui i cristiani sono andati incontro nel I secolo e nella quale tutti gli apostoli (tranne Giovanni) hanno trovato la morte. L’accento è qui posto sulla motivazione di chi perseguita: crederà di rendere culto a Dio. Un esempio è quello di Saulo che si era accanito contro i settari del Nazareno a causa del suo ardente zelo per la tradizione dei padri (Gal 1,13).

 3E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me.

Il conflitto tra cristianesimo nascente e giudaismo giungerà al suo culmine. Chi ha ragione? Gesù spiega le ragioni di questo accanimento da parte dei sui nemici: essi non hanno conosciuto né Gesù né il Padre.

 4Ma vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate, perché io ve l'ho detto.

Gesù chiude questo argomento riprendendo le parole del v. 1, come una specie di antifona liturgica.

 

20 Maggio 2017 - Gv 15,18-21

 

18 Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. 19 Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia. 20 Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. 21 Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato.

 

18 Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me.

 L’avversario dei discepoli di Gesù viene identificato con il mondo. Il termine mondo non indica qui tutta l’umanità in quanto tale, ma l’insieme di coloro che rifiutano di credere in Gesù rivelatore del Padre; è la somma delle preferenze date alla tenebra. La scelta del termine mondo soddisfa alla rappresentazione sia spaziale sia spirituale del dominio in basso, contrapposto al dominio divino che è in alto. La prima spiegazione che Gesù da dell’odio contro i credenti è che egli ne è stato oggetto prima di loro. Qui si mette in evidenza la sorte del figlio che non è stato accolto.

 

 19 Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia.

 Perché Gesù è stato odiato? Gelosamente chiuso in se stesso il mondo ama soltanto coloro che gli appartengono. I discepoli prima erano parte del dominio del mondo, ma ora Colui che viene dall’alto li ha tirati fuori, la preposizione utilizzata (vi ho scelti dal mondo) suggerisce un vero e proprio sradicamento. L’accento è posto sulla frustrazione del mondo, spossessato del suo dominio sui discepoli di Gesù e che perciò li odia; ma sono altrettanto messi in rilievo l’atto vittorioso del Figlio e la nuova origine che ormai segna i credenti: voi non siete del mondo.

  

20 Ricordatevi della parola che io vi ho detto: «Un servo non è più grande del suo padrone». Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra.

 La persecuzione dei discepoli viene ulteriormente giustificata. Come il loro padrone anche i discepoli saranno perseguitati. Però c’è anche un risvolto positivo, se le genti ascolteranno la parola di Gesù, ascolteranno anche quella dei discepoli. C’è un parallelismo tra persecuzione e ascolto. Il fattore innescante la persecuzione contro i discepoli è il loro annuncio di Cristo.

 

 21 Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato.

 Qui Gesù rincara la dose: i discepoli sono odiati e perseguitati non solo come lo è stato lui stesso, ma a causa del suo nome. Perché? Perché il nome di Gesù è quello di Figlio, e gli avversari non vogliono riconoscere il Padre. L’incredulità del popolo nei confronti del messaggio dei profeti era già stata riconosciuta come rifiuto ad obbedire a Dio. Il mondo qui viene sostituito con una terza persona singolare. Di chi si tratta? Dei contemporanei di Gesù di Nazaret, ma anche di coloro che stavano perseguitando i cristiani della comunità di Giovanni, i primi destinatari del suo Vangelo. 

 

 

19 Maggio 2017 - Gv 15,12-17

 12Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi. 16Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda.17Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

  

12Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. 

Dopo aver affermato la gioia del Figlio, il discorso riprende e si approfondisce. L’amore che ha donato gioia ai discepoli si esprime nell’amore che loro stessi si donano reciprocamente. Da questo si verifica la presenza in loro dell’amore ricevuto da Gesù. Quindi l’amore fraterno è il comandamento per eccellenza. Qui si vede la grande concretezza del vangelo di Giovanni.

 

13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. 

 A prima vista questa affermazione potrebbe sembrare l’esortazione fatta ai discepoli ad andare incontro alla morte per i propri amici. In verità Gesù sta parlando di se stesso ed indica la propria morte come testimonianza suprema del proprio amore: “deporre la propria vita”, nel vangelo di Giovanni ci ricorda la morte volontaria del Figlio. L’assolutezza del soggetto (nessuno ha un amore più grande) può indicare anche il carattere insuperabile dell’amore di Gesù per gli uomini. L’indicazione degli amici non significa che Gesù non sia morto anche per coloro che gli erano nemici. Mette piuttosto l’accento sulla motivazione della croce di Gesù, cioè l’amore.

  

14Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi. 

In questi due versetti, Gesù spiega meglio cosa intenda per “amici”. Se i discepoli fanno ciò che Gesù domanda loro, cioè se credono e amano, il Figlio li riconosce come “amici”. Di fronte a colui che viene dall’alto, la condizione del discepolo è di per sé quella del “servo”, termine che nella Bibbia rappresenta un titolo di nobiltà quando caratterizza la relazione con Dio: indica la fedeltà senza riserve. Non ha il senso di schiavo, se non quando indica un uomo assoggettato a un padrone di questo mondo o (come in Gv 8,34) alla potenza del peccato. Quindi già il titolo di servo sarebbe abbastanza importante.

 Il legame di amicizia deriva dal fatto che Gesù ha detto ai suoi amici tutto quello che ha udito. Vi è una condivisione forte, un legame tra conoscenza e amore.

  

16Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda.

 Gesù si fa erede della tradizione che fa capo al Deuteronomio sull’elezione di Israele. Dio che ha scelto il suo popolo perché fosse testimone davanti a tutti i popoli, di nuovo sceglie i suoi discepoli perché portino frutto. Ritorna qui la metafora della vite. Qual è il frutto da portare? Giovanni non pone l’accento sull’invio degli apostoli e della loro predicazione. Il quarto Vangelo riguarda piuttosto tutti i credenti, tutta la comunità cristiana. Gli amici di Gesù portano frutto se sono pienamente fedeli ai suoi comandamenti, se vivono un amore fraterno che si irradia nel mondo. Attraverso la comunità dei discepoli il Figlio continuerà a manifestarsi lungo il corso della storia.

 La comunione dei discepoli con il Figlio ha come diretta conseguenza la comunione con il Padre e la possibilità di ottenere dal Padre tutto ciò di cui essi hanno bisogno.

 

17Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

 Questo versetto finale ripete il v. 12 e conclude il brano come un’antifona. Di fatto ripete l’elemento più importante di tutto il testo.

 

 

 

18 Maggio 2017 - Gv 15,9 - 11

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 9Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

  

9Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 

 Questo versetto ci ricollega al brano di ieri (Gv 15,8), in cui il Padre veniva glorificato dal frutto portato dai discepoli. Il verbo amare è qui utilizzato in modo da esprimere un comportamento globale, sempre in atto, che continua a produrre nel tempo i suoi effetti. Vi è un effetto a cascata. Come il Padre ha amato il Figlio, il Figlio ama noi. In questo caso il verbo amare evoca il momento unico della Passione, quando l’amore di Gesù si è manifestato all’estremo. Da ciò emerge l’appello del Figlio a rimanere nel suo amore.

  

10Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 

 Cosa significa rimanere nel suo amore? Non si tratta soltanto di rimanere fermi nella fede, ma di vivere nell’amore ricevuto da lui e quindi dal Padre. E’ un amore che significa comunione delle volontà, significa restare unito al Padre obbedendo ai suoi comandamenti. Anche Gesù ha obbedito ai comandamenti del Padre. Il “come”, kathos, rende Gesù non solo il modello di questo tipo di permanenza, ma addirittura la fonte.

  

11Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

 Si tratta di un’affermazione che sembra spezzare il filo del discorso. In realtà ci permette di interiorizzare quanto detto sopra. Questo aderire ai comandamenti ha prodotto in Gesù la gioia di aver compiuto pienamente la sua missione. E la gioia si trasmette ai suoi discepoli. Non è una gioia soltanto futura, ma si può gustare già da ora, nella piena comunione con Gesù e con il Padre.

 

 

17 Maggio 2017 -  Gv 15,1-8

 In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore. 2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. 4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. 5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

                                                                                                                                                                   

 In questo  brano Gesù utilizza il paragone della vite e dei tralci per esortare i suoi discepoli a rimanergli fedeli.  La vite è un vegetale molto comune, diciamo pure caratteristico della Palestina (insieme all’ulivo e al fico). La vigna piantata da Noè sfuggito al diluvio segna l’inizio di un’era nuova. Con il Cantico dei Cantici la vigna è simbolo della sposa. Di conseguenza indicherà Israele, la sposa del Signore, che molto spesso però si dimostra infedele. Così il paragone sarà utilizzato da Osea, Geremia e Isaia, nei Salmi. Qui Giovanni introduce un cambio di prospettiva. La vigna non è più il popolo, ma Gesù stesso. O meglio, il popolo di Dio continua ad essere la vigna, ma in stretta relazione al Figlio di Dio.

  

1«Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore. 

 Gesù si identifica con la vite di cui parlavano i profeti, piantata da Dio e oggetto del suo amore, cioè Israele, la comunità dell’Alleanza. Aggiungendo l’aggettivo vera, Gesù sottolinea che in lui si compiono le promesse di Dio a Israele. Dopo ripetuti richiami di Dio al suo popolo e i suoi continui fallimenti, ecco che il Figlio realizza nella propria persona ciò che Dio voleva dall’umanità, che rimanesse vite pregiata, che desse frutto. Il Padre diventa qui l’agricoltore, colui che si prende cura personalmente della vigna perché porti un frutto sempre più abbondante. Così viene meglio caratterizzata la relazione personale richiesta dall’Alleanza.

 

 2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 

 In questo versetto vediamo il vignaiolo al lavoro. A marzo/aprile si tagliavano i rami infruttuosi e poi, in estate (agosto), si potavano, o mondavano i germogli superflui. Gesù precisa: il tralcio che in me… i tralci hanno esistenza soltanto nella vita e la vita è Gesù, c’è la necessità di rimanere uniti. I verbi tagliare e potare descrivono le attività del vignaiolo che condizionano la fecondità della pianta. Non esageriamo sul dare un significato allegorico a questo potare e tagliare, la cosa che più conta è questo lavoro instancabile del vignaiolo perché la vigna dia un frutto abbondante. Il portare frutto è uno dei motivi ricorrenti di tutto il brano.

  

3Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.

 Collegandosi alla potatura dei tralci da parte del Padre vignaiolo, Gesù assicura ai discepoli che essi sono già puri, o meglio, purificati potati, innestati nella vite. Sono quindi adatti per principio a portare frutto. La potatura era opera del Padre, ma qui è stata realizzata dal Figlio mediante la parola che ha annunciato.

 

 4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me.

 Grazie alla Parola che li ha potati, i discepoli possono portare frutto. Ora dipende da loro mantenersi uniti a Cristo. Ecco perché Gesù li esorta a rimanere in Lui. Questa esortazione a rimanere la troviamo anche nella 1 Giovanni, la prima lettura di questa 5a  domenica di Pasqua. C’è una unità all’interno della vite che va necessariamente mantenuta attraverso la reciprocità (voi in me e io in voi). Il paragone del tralcio chiarisce il perché dell’imperativo rimanete. L’immagine del tralcio viene forzata, non si sono mai visti tralci liberi di rimanere o no nella vita; tuttavia in questo modo si fa evidente la necessità per i discepoli di rimanere in Gesù per poter portare frutto.

  

5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 

 Gesù ripete qui il suo essere la vite. In questo caso però è in relazione ai tralci cioè ai discepoli, mentre prima riguardava il vignaiolo, cioè il Padre. Nel rimanere nella vite i tralci trovano la loro vera identità. I discepoli che rimangono in Cristo sono a sua immagine, come Adamo. Unito a Cristo nella vite il tralcio può collaborare alla produzione del frutto. Senza di lui non può fare nulla, questa affermazione ricorda il Prologo di Giovanni (1,3). Se il discepolo accoglie in sé l’attività di Gesù, permette all’Amore, espansivo di sua natura, di suscitare la vita.

 

6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 

 Secondo uno stile semitico si passa ora alle affermazioni contrarie. Il tralcio che non rimane unito alla vite viene gettato. Il principe di questo mondo viene gettato fuori (Gv 12,31). Il fuoco di cui si parla non è quello dell’inferno, ma esprime in modo vivido la morte di colui che non rimane in Cristo. Non c’è scampo: o si  rimane uniti a Cristo o non si serve a niente. Questi versetti 4-6 sono nati in una Chiesa che ha fatto l’esperienza della propria appartenenza a Cristo ma anche della propria fragilità. C’è il rischio di non perseverare nella fede. La comunità di Giovanni era sottoposta a forti pressioni da parte della Sinagoga. I tralci che si staccano allora sono i cristiani di origine giudaica che ritornavano alla loro antica fede.  Questo discorso però ovviamente riguarda i cristiani di tutti i tempi.

 

 7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. 

 Ora il rimanere riguarda le parole di Gesù. Le sue parole devono rimanere in noi, cioè dobbiamo ascoltare, meditare, mantenere nel nostro cuore ciò che Lui dice. Questa è una garanzia per rimanere nella comunione con Dio e la promessa per essere esauditi nella propria preghiera. Il passivo vi sarà fatto è un passivo divino. E’ Dio che compirà per noi ciò che gli chiediamo.

 Non solo si instaura questa reciprocità, ma essa diventa per il Padre un motivo di gloria. La richiesta riguarda certo il portare frutto e il restare in questa situazione di sequela, di comunione grande con il Padre e il Figlio. 

 

 

16 Maggio 2017 - Gv 14,27-31a

27Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 28Avete udito che vi ho detto: "Vado e tornerò da voi". Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. 29Ve l'ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.

30Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; contro di me non può nulla, 31ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco».

 

27. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.

Gesù ha annunciato un tempo vuoto, un tempo di assenza in cui Egli non sarà con i suoi discepoli, un tempo in cui bisogna solo attendere il Suo ritorno e la discesa dello Spirito Santo. In questo tempo i discepoli potranno continuare ad essere discepoli di Gesù amandolo, conservando la sua Parola e cercando di aprire il cuore al Padre e al Figlio, divenendo Loro dimora. Gesù per questo tempo vuoto lascia un dono ai suoi discepoli, il dono della pace e l’esortazione a non lasciarsi prendere dalla paura. La pace (Shalom) è il saluto abituale tra i Semiti e non è una formula banale: non significa solo assenza di conflitti o la tranquillità dell’anima, ma anche la salute, la prosperità, la felicità piena, i beni promessi con la venuta del Messia. Gesù lascia ai suoi discepoli la pace come un lascito, la sua eredità, la sua pace. La negazione: “non come la dà il mondo” mantiene il contrasto della distinzione tra i discepoli e il mondo; essa evoca nello stesso tempo la pace illusoria denunciata dai profeti, e che Gesù (cf. Mt 10,34) si è rifiutato di portare sulla terra. La pace donata da Gesù dissipa nei discepoli ogni turbamento, di fronte all’imminente separazione da Gesù e alla sua morte, ma anche davanti alla missione di portare al mondo intero l’opera del Figlio.

 

28. Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò da voi. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me .

Gesù dice di nuovo che se ne sta andando ed esorta i suoi discepoli ad esserne contenti. Le promesse di Dio si stanno realizzando. I suoi discepoli riceveranno la salvezza piena grazie alla Pasqua di Gesù, alla sua morte, poiché Egli sarà glorificato; il motivo della gioia supera di gran lunga quello della tristezza.

Gesù torna al Padre, e questi è più grande di Lui, non nel senso dell’essere, ma della missione Infatti è il Padre che ha mandato Gesù e la missione del Figlio è quella di far conoscere il Padre e glorificarlo. Il Padre è all’origine di tutto ciò di cui dispone il Figlio e all’origine dell’opera che salva il mondo, poiché la vita eterna viene dal Padre. Il Padre è al tempo stesso il termine dell’itinerario di Gesù e dei credenti.

I discepoli possono gioire nella fede che mostra loro il futuro del piano di Dio, oltre l’evento tragico della morte di Gesù ormai imminente.

 

29. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.

Ecco terminato il discorso di addio di Gesù. Egli ha detto ai suoi discepoli tutto quello che sarebbe avvenuto, perché essi siano preparati ai fatti. Davanti all’arresto, al processo e alla morte di Gesù si disperderanno (tranne il discepolo che Gesù amava), quindi questo discorso non li avrebbe aiutati ad essere fedeli nel momento decisivo della morte di Gesù. Essi però capiranno più tardi, quando rifletteranno su questi avvenimenti. Le anticipazioni di Gesù, gli eventi e la presenza dello Spirito Santo li aiuterà a riflettere, a comprendere e ad essere poi capaci di una testimonianza forte che li porterà al martirio.

 

30. Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; contro di me non può nulla, 

Ora inizia il tempo del silenzio: Gesù non si intratterrà più molto a viva voce con coloro che fino a quel giorno l’hanno seguito. Ormai la parola cede il posto all’azione, o piuttosto alla Passione. Colui che viene è senza dubbio Giuda, ma il testo parla del Principe del mondo di cui Giuda è strumento. Secondo Giovanni infatti la Passione è presentata come lo scontro tra Gesù e questa misteriosa figura in cui si concentra il rifiuto dell’amore. Messo di fronte alla sfida di Satana, Gesù però proclama che l’Avversario non ha alcun potere su di lui. Perché Gesù è liberamente sovrano davanti alla Passione. Gesù è fedele al Padre e quindi l’Avversario non può nulla contro di lui.

 

31. ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco».

Questo versetto è introdotto dalla congiunzione allà, che significherebbe opposizione con la frase precedente e quindi è stato tradotto con ma. Si può leggere però anche con senso di accentuazione. Con ironia Gesù mostra che l’Avversario non solo non ha alcuna presa su di lui, ma contribuisce al compimento della volontà del Padre. E’ preso nella sua stessa trappola. Quindi la lotta di Gesù con l’Avversario diventa un’ulteriore testimonianza della sua fedeltà al Padre.

 

15 Maggio 2017 - Gv 14,21-26

 21Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui.

 22Gli disse Giuda, non l'Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?». Gli rispose Gesù: 23«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.

 25Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. 26Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. 

  

21Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui».

 L’esortazione di Gesù ad osservare i suoi comandamenti contiene l’essenza del messaggio del libro del Deuteronomio. La fedeltà del Dio dell’Alleanza è indefettibile verso coloro che gli sono fedeli. Ogni persona può, se vuole, divenire discepolo/a del Figlio e avere parte alla sua vita.

 L’incontro con il Vivente ora non è più rimandato a un giorno futuro: è presente nell’oggi per ogni essere che ama. Dalla coppia ricorrente amare/osservare si stacca il verbo amare, di cui il Padre e il Figlio divengono soggetto.

  

22Gli disse Giuda, non l'Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?».

 La domanda di Giuda era l’interrogativo  della comunità cristiana delle origini e dei suoi avversari: perché l’esperienza della Pasqua era stata limitata agli Apostoli? Giuda sembra ignorare la promessa delle opere più grandi con cui Gesù ha affidato ai suoi la propria missione nel mondo. Giuda non ha compreso che il tempo della Chiesa è necessario affinché gli uomini diano una risposta libera al Signore, accogliendo il suo messaggio. La manifestazione di cui si parla qui non è la sua venuta alla fine del mondo, ma è di ordine spirituale: si realizza nel presente della fede e consiste in una perfetta comunione.

 

 23 Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.

 Nella sua risposta, Gesù non riprende il termine “manifestarsi”, ma insiste ancora una volta sulla sua “venuta”, chiarificandola per mezzo di due affermazioni nuove: con lui verrà il Padre e la venuta condurrà a una “dimora”. La dimora indica il Tempio e l’attesa escatologica dei profeti. Tuttavia lungo i secoli la dimora sarebbe divenuta il cuore degli uomini. Ora questa promessa si compie. Non è più l’uomo che deve andare a Dio, ma è Dio che si installa nel cuore dell’uomo.

  

24 Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.

 C’è una stretta correlazione tra l’amare Gesù e osservare/custodire le sue parole. Chi non lo ama non lo ascolta e si esclude da qualsiasi altra comunicazione. Giovanni nel suo vangelo ci dà molti esempi di questa mancanza di ascolto. Gesù ci tiene a ricordare che la sua parola è degna di ascolto perché non è sua. Egli è il mandato dal Padre, partecipa a una missione più grande di sé e la sta portando a termine. E’ questa la garanzia che Gesù non è un semplice trascinatore di masse che centra su di sé l’attenzione degli uomini.

  

25 Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi.

 Il discorso di addio di Gesù sta per terminare. Egli ha detto ai suoi discepoli alcune cose importanti che essi dovevano sapere prima che Gesù venisse arrestato, condannato e ucciso. Essi non capirono granché di queste parole, infatti lo abbandonarono e lo rinnegarono invece di rimanere accanto a lui e rischiare di subire la stessa sua sorte. Essi avrebbero capito queste parole solo più tardi, dopo la risurrezione, ma soprattutto dopo la discesa dello Spirito Santo.

  

26 Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.”

 Gesù salito al cielo lo avrebbe chiesto al Padre. Lo Spirito Santo sarebbe sceso su di loro e avrebbe svolto il suo compito di insegnare e di far ricordare le parole di Gesù. Queste parole sono così dense di significato, che non si possono comprendere subito. La parola di Dio va ruminata, rimeditata, riletta alla luce della risurrezione. Ecco che lo Spirito Santo ci aiuta in questo. Egli è stato chiamato anche il Maestro interiore, colui che ci aiuta a comprendere. Ecco perché spesso veniamo invitati a invocare lo Spirito Santo prima di accingerci a leggere il Vangelo o la Bibbia, perché ci aiuti a comprendere in profondità, in modo conforme alla nostra situazione e alle nostre capacità, la parola di Dio, gli avvenimenti che Lo riguardano, le verità che riguardano anche la nostra vita.

 Il Paraclito ha due importanti compiti nei confronti dei discepoli: insegnare e ricordare. Quando Gesù non sarà più con loro, essi potranno comprendere ciò che Egli ha compiuto, grazie alla presenza dello Spirito.

 Insegnare (didaskein): nella Bibbia questo verbo ha il significato di interpretare autenticamente la Scrittura e di attualizzarla nel presente e nell’avvenire. Il Paraclito farà di più: realizzerà la profezia di Is 54,13 e di Ger 31,33: Dio stesso metterà la sua Legge nell’animo degli uomini, non dovranno più cercare al di fuori di loro stessi l’interpretazione della Parola. Questo grazie alla presenza dello Spirito Santo che porterà gli uomini alla verità tutta intera.

 Far ricordare: Nel linguaggio biblico, “ricordarsi” non implica solo riportare alla memoria un fatto del passato, ma comporta una comprensione sempre più profonda del suo significato. Il messaggio che Gesù ha comunicato ai suoi discepoli sarà compreso da loro in modo pieno dopo la sua morte e la discesa dello Spirito Santo (cf. Gv 2,21-22 e Gv 12,16). Lo Spirito fa in modo che la comunità dei discepoli diventi il luogo in cui la Rivelazione è continuamente ricevuta, attualizzata, compresa in modo sempre più profondo. La parola di Gesù resterà viva nel corso dei secoli nella Chiesa, la comunità dei credenti.

 

 

14 Maggio 2017 - Quinta domenica di Pasqua

Gv 14,1-12

 

1«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: "Vado a prepararvi un posto"? 3Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. 4E del luogo dove io vado, conoscete la via".

 5Gli disse Tommaso: "Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?". 6Gli disse Gesù: "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto".

 8Gli disse Filippo: "Signore, mostraci il Padre e ci basta". 9Gli rispose Gesù: "Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: "Mostraci il Padre"? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 11Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.

 12In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

 

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:  1«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 

 Questa parola, nel suo duplice aspetto, corrisponde al ritornello del Sal 42-43, in cui l’orante vuole vincere il turbamento che agita la sua anima e si esorta a sperare fermamente nel suo Dio. Il turbamento (tarasso) che aveva colto Gesù di fronte alla morte di Lazzaro e nell’imminenza della propria morte sconvolge ora i discepoli. Gesù li esorta a credere, ad “appoggiarsi con forza su...”, secondo la sfumatura che ha qui il verbo credere pisteúein. Gesù fa appello alla fede dell’ebreo che non si considera mai indipendentemente dal proprio legame con Dio, Colui che dona alla creatura la stabilità della roccia. Fa appello anche alla fede nella sua persona: anche se non possono ancora seguirlo, i discepoli debbono continuare ad appoggiarsi su di lui, con la stessa fermezza con cui si appoggiano a Dio stesso.

  

2Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: "Vado a prepararvi un posto"? 

 Lungo la storia molti sono i commentatori che hanno pensato a questo versetto come a una rivelazione della struttura del paradiso. I padri della Chiesa hanno pensato che le “molte dimore” rappresentassero differenti gradi di beatitudine, secondo i rispettivi meriti degli eletti. Ma Giovanni non ha mai parlato di una salvezza diseguale. Il termine molte significa piuttosto l’abbondanza della salvezza divina.

 Quando Gesù ha detto ai suoi discepoli che avrebbe preparato loro un posto? Tutto fa pensare a Gv 12,26: “Dove sono io, là sarà anche il mio servo”. E’ interessante notare che l’unico testo biblico in cui si parla insieme di «dimore» e di «casa di Dio» è il salmo 42. Riguardo al «posto» (topos), che Gesù andrà a preparare, si tratta di un luogo preparato con cura. Dal momento che il termine greco in Gv 11,48, come spesso nella Bibbia, indica il Tempio, si potrebbe vedervi un’allusione al santuario che è Gesù stesso. Una volta preparato il posto, Gesù ritornerà e condurrà i discepoli presso di sé, dunque presso Dio.

  

3Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi.

 Questo versetto e quello precedente spiegano dove va Gesù e annunciano il suo ritorno. Grazie a questo duplice aspetto rappresentano il fulcro di tutto il capitolo 14. Inoltre, collegati al tema iniziale dell’incapacità dei discepoli di recarsi là dove Gesù ritorna, mostrano che la sua partenza ha proprio come fine di “preparare loro un posto”, espressione ripetuta due volte. Certo questi versetti non sono di facile interpretazione. Sembrano riferirsi al ritorno di Cristo, che la tradizione comune fissa alla fine dei tempi, ma al tempo stesso la “venuta” di Gesù significa la sua presenza nell’oggi della comunità postpasquale.

 Gesù dice: «dove sono io», non «dove io sarò». Questo significa che egli si trova già presso il Padre, in forza della sua unione con Colui che l’ha mandato.

  

4E del luogo dove io vado, conoscete la via".

 Da questo versetto fino al v. 11 Gesù mostra come il Padre si lascia incontrare. Non è un evento da attendere passivamente. I discepoli devono fare la loro parte, seguendo Gesù nella strada da lui tracciata, andando incontro al Padre.

 L’immagine della “via” è universale per indicare l’orientamento di un’esistenza o una scelta decisiva da compiere. Essa abbonda nella Bibbia, dove «la via che conduce alla vita» è opposta alla «via che conduce alla morte». Israele ha sempre osato credere che Dio gli manifestava le sue vie per rischiararne il cammino e farlo entrare nella Promessa. E la via della vita per eccellenza era la legge rivelata a Mosè.

 

5Gli disse Tommaso: "Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?".

 Gesù suppone che i suoi discepoli abbiano imparato da lui la strada che conduce al Padre e, implicitamente, li spinge ad impegnarvisi. Ma Tommaso protesta la loro ignoranza sul fine e perciò sulla via. Si tratta forse di un artificio letterario che permette a Gesù di pronunciare con più solennità che lui stesso è la via (nel versetto seguente). Giovanni pone questa domanda in bocca a Tommaso forse perché lui si era dichiarato pronto ad accompagnare Gesù che andava in Giudea, a rischio della vita, per risvegliare Lazzaro.

 

6Gli disse Gesù: "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.

 La risposta è una sovrana dichiarazione, divisa in due sentenze strettamente unite, con la seconda che spiega la prima. Anche se Gesù è il soggetto della frase, essa si pone nell’orizzonte della ricerca del Padre.

 L’iniziale ego eimi è seguito da tre predicati, caso unico in Gv, che sin dall’antichità si è prestato a differenti letture. Un punto deve essere sottolineato: l’accento è posto sulla via. Gesù dichiara che egli è la via, l’unica, che conduce al Padre.

 Gesù sembra dire a Tommaso: tu trovi in me la via che conduce al Padre, là dove io vado, là dove io sono. Gesù si designava come la porta che conduce alla vita, parla qui come Colui che è già dove il discepolo vuole arrivare. Con questa formula lapidaria egli propone una vera e propria dichiarazione di identità che nella meditazione cristiana troverà grande eco.

 

 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto".

 Questo versetto cerca di spiegare meglio il fatto che Gesù sia la via. Il verbo conoscere si ripete tre volte con modi diversi. Prima è al congiuntivo passato ed implica che i discepoli debbano aver già conosciuto Gesù. Poi è al condizionale, se hanno conosciuto Gesù hanno conosciuto anche il Padre. Poi passa al presente: già da ora lo conoscete. Il verbo conoscere ha un senso profondo: indica un’esperienza, una relazione intima tra due persone e appartiene ancora al linguaggio biblico dell’Alleanza tra Dio e il suo popolo. Non solo: essi lo hanno anche visto, è un fatto già accaduto e attuale. Ma secondo l’Antico Testamento Dio non si può vedere! Eppure è la relazione con Gesù che permette di “vedere” il Padre. Ancora si sente l’eco del salmo 42 (quando vedrò il volto di Dio?).

 

8Gli disse Filippo: "Signore, mostraci il Padre e ci basta".

 La reazione di Filippo, “mostraci il Padre”, sembra equivalere alla richiesta di una teofania, analoga alla preghiera di Mosé a JHWH “Mostrami la tua gloria!”: essa esprime il profondo desiderio presente nell’uomo e in particolare nell’israelita. Il tema della ricerca del Padre è perciò ripreso da parte del discepolo. Filippo fa appello a Gesù per essere esaudito, cosa già notevole. Ma egli ha parlato come se Gesù e il Padre fossero due e come se Gesù fosse semplicemente un intermediario, non il Mediatore in senso forte. Il Maestro aveva detto: “Voi lo vedete”; il discepolo parla come uno che non abbia ancora visto.

  

9Gli rispose Gesù: "Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: "Mostraci il Padre"?

 Chi ha visto me ha visto il Padre. E’ un’affermazione forte che era stata già fatta da Gesù in termini analoghi: Colui che crede in me, non crede in me ma in Colui che mi ha inviato; e colui che vede me vede Colui che mi ha inviato. (Gv 12,44-45)

 Vi è una differenza notevole. Gesù prima dice “chi vede me vede colui che mi ha mandato”. L’inviato rappresenta l’Inviante. Invece nel nostro brano Gesù parla direttamente del Padre. E’ un’affermazione sconvolgente. Ancora Gesù fa un discorso simile quando parla del pane della vita: E’ scritto nei profeti: “Saranno tutti istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre ed ha ricevuto il suo insegnamento viene a me. Non che qualcuno abbia visto il Padre, eccetto colui che è presso Dio: questi ha veduto il Padre. (Gv 6,45-46).

 L’unico che ha visto il Padre in modo pieno, faccia a faccia è il Figlio. Ora i discepoli che vedono il Figlio possono vedere in lui il Padre ed essere istruiti da Lui. Vedere indica qui una percezione nella fede, la conoscenza di una presenza indubitabile e che dà vita. Il nostro passo corrisponde alla fine del Prologo: attraverso il Figlio, il credente è alla presenza del Padre stesso.

  

10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.

 Gesù fonda il “vedere” nel fatto che il Padre abita in lui, e questo è affermato a tre riprese: la prima e l’ultima in un appello a credere, la seconda in una frase che sottolinea l’agire del Padre: “è il Padre che rimanendo in me, compie le sue opere”. L’argomentazione è analoga a quella dell’ultima controversia di Gesù con i giudei: Se non faccio le opere del Padre mio, non credetemi!

 Ma se le faccio, anche se non credete a me, credete alle opere, affinché impariate e riconosciate che il Padre è in me e io nel Padre (Gv 10,37-38) In quel caso Gesù si richiamava alle opere per mostrare la fondatezza della sua affermazione: “Io e il Padre siamo uno”, che gli ascoltatori giudicavano blasfema. Qui Gesù dice che le sue parole non vengono da lui, ma che provengono dalle opere del Padre. Le opere, sempre distinte in Giovanni dalle parole, hanno valore di segni: sollevando una domanda sul loro autore, rivelano l’unità di azione del Figlio con il Padre.

  

11Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.

 Se Gesù è la via non lo è solo in modo temporaneo, sino all’incontro effettivo con il Padre, che sarebbe oltre. Certo il fine è il Padre stesso, come mostra in modo intenso questo testo, ma il credente lo raggiunge grazie alla sua adesione al Figlio.

 

12In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

 Riprendendo l’appello a credere, Gesù inizia a rivelare ai discepoli quale sarà la loro nuova esistenza. Ritornato presso il Padre Gesù proseguirà la sua opera attraverso i credenti. Nonostante o piuttosto a causa della sua partenza, i discepoli eserciteranno un’attività che Gesù non esita ad identificare con la propria. Egli stesso sarà il vero autore delle opere che essi compiranno. Il credente farà non le opere che ha fatto Gesù, ma quelle che Gesù sta per fare e che farà: il Glorificato continua ad agire presso il Padre a favore del mondo. La sua missione, ormai compiuta, porterà tutto il suo frutto nel tempo e nello spazio attraverso l’agire dei credenti.

 Come l’agire del Padre passava in quello di Gesù di Nazaret, così l’agire del Figlio passa nel fare dei discepoli. Per questo è richiesto preventivamente un legame intrinseco tra i discepoli e lui: la fede.

 Cosa sono queste opere che anche i discepoli compiranno? Non si tratta tanto dei miracoli, bensì del significato che essi portavano. Ricordiamo che per Giovanni i miracoli di Gesù sono segni. Ma cosa portano questi segni? Il dono della vita eterna, manifestano la salvezza, portano i testimoni a riconoscerla presente. Sono queste le opere ancora più grandi che i discepoli compiranno davanti a tutto il mondo.

 

 

 

 

 

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