Vangelo di oggi

15 dicembre Mt 11,16-19

 16A chi posso paragonare questa generazione? È simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano: 17«Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!». 18È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: «È indemoniato». 19È venuto il Figlio dell'uomo, che mangia e beve, e dicono: «Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori». Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie».

 16A chi posso paragonare questa generazione? È simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano: 17«Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!».

 La similitudine illustra l’atteggiamento contraddittorio dei contemporanei di Gesù. Si comportavano come bambini capricciosi, seduti sulle piazze, i quali imitano per gioco i riti più significativi e tipici della vita sociale, come la celebrazione del matrimonio e del funerale, particolarmente chiassose in Israele. Nel gioco del matrimonio un gruppo riproduceva il suono del flauto, mentre l’altro doveva esprimere la gioia festosa con danze; nel gioco del funerale i primi intonavano lamenti funebri e i secondi dovevano percuotersi il petto in segno di lutto. Venendo a mancare l’intesa tra i ragazzini, il gioco falliva.

 18È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: «È indemoniato».

 L’applicazione della similitudine è trasparente. Davanti a Giovanni che non mangiava e non beveva, i giudei, invece di pentirsi scossi dalla sua predicazione austera, lo hanno definito un pazzo infuriato (ha un demonio).

 19È venuto il Figlio dell'uomo, che mangia e beve, e dicono: «Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori».

 Gesù invece è stato accusato di essere un mangione e un beone, un gaudente, dissacratore delle usanze per la separazione tra giusti e peccatori. Il Figlio dell’uomo è il giudice escatologico che era atteso dal cielo per rimettere i peccati e per attuare il tempo della gioia messianica.

 Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie».

 Nonostante le incomprensioni dei giudei il progetto salvifico di Dio si manifesta e si attua nelle “opere” straordinarie di Gesù. Qui egli si identifica con la Sapienza di Dio, in azione nella sua missione. Gesù non è solo l’ultimo maestro, quello definitivo, ma è l’incarnazione della sapienza di Dio, che a suo tempo era stata identificata con la legge. È il comandamento dell’amore fatto uomo, che sta alla base della retta comprensione della legge.

 

14 dicembre - Mt 11,11-15

 11In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. 12Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono. 13Tutti i Profeti e la Legge infatti hanno profetato fino a Giovanni. 14E, se volete comprendere, è lui quell'Elia che deve venire. 15Chi ha orecchi, ascolti!

 11In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.

 Giovanni segna l’inizio di un tempo nuovo. Tra i nati di donna (Sir 10,18) è una figura di primo piano, ma proprio perché con lui si apre una nuova epoca, il più piccolo di questa nuova situazione è più grande di lui. Essere piccoli nel regno dei cieli è un’espressione che ricorre spesso nel vangelo di Matteo, ed è significativo che in 18,1ss. il più grande nel regno dei cieli sia proprio un bambino. Da qui l’interpretazione più ovvia: tra i comuni mortali nessuno è più grande di Giovanni, ma egli è inferiore a tutti poiché è rimasto fuori dal regno dei cieli che ha annunciato. Questo sembra fare poca giustizia a Giovanni e all’estrema fedeltà con cui ha realizzato il proprio compito.

 12Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono.

 Il senso di questa sentenza rimane oscuro, soprattutto perché se ne ignora il contesto storico. Secondo un’interpretazione positiva, Gesù intende dire che il regno dei cieli patisce violenza in quanto le folle si accalcano ansiose alle sue porte e premono per entrarvi. Il Battista con la sua predicazione le aveva stimolate alla conversione, all’impegno serio di vita, perché solo i violenti, cioè coloro che lottano e mettono in gioco la loro esistenza per il regno possono appropriarsene.  Altri studiosi danno alla frase un senso negativo. L’ingresso al regno è ostacolato dagli avversari di Gesù, che hanno pure contrastato coloro che si oppongono alla sua attività salvatrice: sono questi i “violenti” che sbarrano l’accesso al popolo verso il regno.

 13Tutti i Profeti e la Legge infatti hanno profetato fino a Giovanni. 14E, se volete comprendere, è lui quell'Elia che deve venire.

Con Giovanni Battista l’Antico Testamento ha avuto termine, perché in Gesù si ha il suo compimento. Il Battista poteva essere considerato come un nuovo Elia, che in base alla profezia di Malachia (3,23) era atteso negli ambienti apocalittici giudaici prima del giudizio finale. Per Gesù tale aspettativa si è realizzata con l’attività del Battista, il quale ha agito infatti “con lo spirito e la forza di Elia” (Lc 1,17), cioè con il suo zelo profetico, per predisporre il popolo di Israele all’incontro con il Messia. Gesù dunque afferma che la sua venuta segna l’inizio del tempo escatologico, essendo egli “colui che viene” ad attuare il regno messianico.

 15Chi ha orecchi, ascolti!

 Le parole di Gesù sulla venuta del regno escatologico nella sua persona racchiudono un enigma, un mistero, che ava accolto a livello di fede, e non in base alle apparenze esterne.

 

13 dicembre - Mt 11,28-30

 28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero".

  28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.

 Siracide 51,23-26 si rivolgeva agli “stolti”, coloro che non hanno istruzione, e li esortava a mettersi alla sua scuola. Gesù invita tutti gli affaticati e i gravati a mettersi alla scuola del regno dei cieli. Egli dunque si rivolge a coloro che sono stanchi a causa dei pesi inutili imposti loro dai sapienti (cf. 23,4) e vuole dare loro riposo. Riposo (anapausis) è un termine tecnico, è il riposo che si può ottenere grazie all’acquisizione della sapienza.

  29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero".

 Vi è un certo “giogo” della sapienza, vi è un carico che non è faticoso, ma riposante. Ne parlano spesso i rabbini, parlando dell’obbedienza alla Torah. Questo giogo però è di Gesù, poiché è Lui la Sapienza, la Torah personificata. Prendere il suo giogo significa imparare da lui, diventare suo discepolo. Non significa soltanto studiare la Torah, ma porsi alla sequela di Gesù, “mite e umile di cuore” come lo sono i piccoli, gli infanti. Il termine “mite” si incontra anche nelle Beatitudini (5,5) e nell’entrata di Gesù in Gerusalemme (21,5). E’ su questa mitezza che si fonda la connaturalità della rivelazione di Gesù ai poveri, agli afflitti, ai perseguitati.

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