Vangelo di oggi

17 Agosto - Mt 18,21 - 19,1

 21 Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». 22 E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. 23 Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. 24 Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. 25 Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. 26 Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa». 27 Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. 28 Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: «Restituisci quello che devi!».  29 Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò». 30 Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. 31 Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. 32 Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. 33 Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?». 34 Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. 35 Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». 19  Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, al di là del Giordano. 

 21Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?».

 Ancora una volta Pietro fa da portavoce per il gruppo. Qui a differenza di 18,15, il peccato è un’offesa personale contro un membro della comunità, ad esempio la falsità, la denigrazione, ecc. Pietro ovviamente pensa di essere molto generoso nel dimostrarsi pronto a perdonare fino a sette volte.

  22E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.

 Il numero può essere inteso anche come settantasette volte. Sia che si tratti di 77 o di 490, l’idea è che non si può mettere un limite alla disponibilità di perdonare. I numeri alludono a Gn 4,24: “sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settantasette”.

  23Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi.

 La parabola che segue illustra non la quantità del perdono (quante volte?) ma la qualità dando il motivo per il “nessun limite”: se Dio non pone alcun limite, nemmeno l’uomo può porre dei limiti al perdono. D’altra parte, quelli che pongono limiti alla loro disponibilità a perdonare gli altri saranno perdonati da Dio in misura limitata.

 Nella parabola si parla di servi, ma in realtà, visto i soldi che maneggiano, dovrebbero trattarsi di alti funzionari della burocrazia reale.

  24Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti.

 Un talento valeva tra i seimila e i diecimila denari. Un denaro era il salario di una giornata. Quindi la somma dovuta dal servo al re è una cifra astronomica, che il servo non avrebbe mai potuto restituire. Fa parte dell’iperbole a cui ci spinge la parabola.

  25Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito.

 Anche se alcuni testi biblici ammettono che i figli potessero essere venduti come schiavi per saldare i debiti del padre (2Re 4,1), ai tempi di Gesù questo non era più ammesso. Secondo la legge ebraica la moglie non poteva essere venduta per nessun motivo. Dobbiamo supporre si trattasse di un re pagano. Poiché il ricavo della vendita non bastava a ripagare il debito, l’azione del re doveva essere intesa più che altro come una punizione.

  26Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa». 27Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.

 Unico caso nel NT, in questi versetti viene usato il termine greco daneion che trasforma il debito in prestito. In risposta alla supplica del servo di avere pazienza il padrone non solo gli condona il debito, ma mostra una squisita sensibilità e generosità chiamandolo eufemisticamente prestito.

  28Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: «Restituisci quello che devi!».  

 In confronto al debito dei diecimila talenti, 100 denari, il salario di 100 giornate di lavoro, era una somma irrisoria che avrebbe potuto essere restituita se il creditore avesse avuto un po’ di pazienza. Il modo in cui tratta il suo debitore è in stridente contrasto con il trattamento avuto dal re.

  29Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò». 30Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. 31Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto.

 Il suo compagno dice le stesse parole che lui aveva detto al re. Ma il servo spietato non riserva al compagno lo stesso trattamento da lui ricevuto. Certo un atteggiamento così duro non poteva rimanere nascosto e i suoi compagni lo vanno subito a riferire al re.

  32Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato.  33Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?».

 Il servo malvagio non ha imparato niente dalla lezione di misericordia ricevuta. Matteo ci ha già parlato del legame tra la disponibilità a perdonare gli altri e la disponibilità di Dio a perdonare noi, quando ci ha trasmesso il Padre nostro (6,14-15).  In effetto la parabola è la versione drammatica di questo principio.

  34Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.

 In questo versetto troviamo la punizione per coloro che si rifiutano di perdonare agli altri. La tortura era vietata dalla legge ebraica, ma la troviamo molto diffusa nell’antichità. Questi aguzzini (coloro che torturano) possono essere intesi come un’allusione alla punizione riservata alla fine dei tempi per coloro che non hanno accolto la parola del Signore.

  35Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

 La conclusione di Matteo non lascia adito a fraintendimenti. Nella misura in cui siamo capaci di perdonare possiamo sperare nel perdono di Dio. Questo brano completa l’insegnamento sulla correzione fraterna. All’interno della comunità è necessario aiutare il peccatore a riconoscere le proprie colpe, per poter essere reintegrato nella comunità, ma il principio fondante di questa azione è la misericordia di Dio che ci deve portare ad essere noi pure misericordiosi gli uni verso gli altri. 

1Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, al di là del Giordano. 

Il quarto lungo discorso di Gesù (il discorso ecclesiale) si conclude come gli altri con il verbo terminare. A questo punto Gesù sposta la sua attività dalla Galilea alla Giudea. Attraversando il Giordano dalla parte della Perea (a oriente), Gesù evita di passare dalla Samaria per arrivare a Gerusalemme.

 

 

16 Agosto - Mt 18,15-20

15 «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16 se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. 17 Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. 18 In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. 19 In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. 20 Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

 15 «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello;

 Il peccato di cui si tratta è certamente un peccato pubblico e grave, non solo di un’offesa personale. Alcuni manoscritti aggiungono “contro di te”, ma si tratta forse di un adeguamento al “contro di me” che troveremo nella domanda di Pietro in 18,21.

 Attingendo alla tradizione mosaica, la comunità di Matteo aveva una prassi ben precisa da seguire nei confronti di chi all’interno della comunità compie un’azione riprovevole. Si tratta di una prassi graduale e rispettosa della dignità di colui che ha compiuto il peccato.

 La prima fase di questa prassi è la correzione personale. Il verbo “correggere” ha molta importanza nel Pentateuco (soprattutto Lv 19,17). Tale prassi si ispira al comandamento dell’amore verso il prossimo e all’aiuto da dare anche a coloro che commettono degli errori.

 Se il tentativo della correzione personale ha successo, si ha “guadagnato” un fratello, cioè i legami con lui diventano più forti. Ma vi è anche un senso “tecnico”, relativo alla crescita della comunità cristiana: si “guadagna” e “non si perde” un altro fedele, un altra persona che è stata giudicata degna di fare parte del Regno di Dio.

  16se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni.

 La seconda fase è molto più seria e attinge al diritto mosaico: vengono chiamati in causa dei testimoni, non uno solo, ma almeno due, perché il peccato sia riconosciuto in modo autorevole e affinché il colpevole si renda conto della gravità della propria situazione.

  17Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. 

 La terza fase è la proclamazione del reato davanti a tutta la comunità cristiana, la chiesa. Ecco perché si pensa che questa prassi faccia riferimento a qualcosa di più grande di una semplice offesa personale. Qualora il peccatore non voglia ammettere il suo reato nemmeno davanti a tutta la comunità cristiana scatta la scomunica. E’ questo il senso di “sia per te come il pagano e il pubblicano”: vengono citate due categorie di persone che notoriamente non erano ammesse a far parte della comunità giudaica (qui la comunità cristiana mantiene ancora numerose categorie della mentalità ebrea).

  18In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.

 Gesù attribuisce qui alla comunità cristiana il potere di legare e sciogliere che aveva già affidato a Pietro. Bisogna però ricordare che la scomunica deve essere l’extrema ratio e il potere di legare e sciogliere riguarda soprattutto il perdono, la misericordia, la pazienza, l’attenzione nei confronti di chi sbaglia. Di fatto il pagano e il pubblicano furono sempre dei soggetti privilegiati all’interno della predicazione e dell’opera di Gesù. Così anche la comunità cristiana si deve rivolgere ai pagani e ai pubblicani per “guadagnarli” al Regno di Dio. Ancora di più deve esplicare questo suo sforzo anche nei confronti di coloro che si sono allontanati o sono stati allontanati dalla comunità.

  19In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà.

 I versetti 19 e 20 parlano della preghiera in comune e non sono messi qui a caso. Al v. 16 venivano chiamati in causa due testimoni. Cosa dovevano testimoniare, il peccato del fratello o il suo rifiuto a convertirsi? Non è chiaro. Adesso però si dice una cosa che essi possono fare, sempre e comunque: “accordarsi” per domandare a Dio, nella preghiera, non “qualunque cosa”, ma “un affare qualsiasi”, “affare” (pragma) è termine tecnico per indicare una controversia all’interno della comunità. Si tratta quindi dell’ “affare” precedente.

  20Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

 Per risolvere le controversie all’interno della comunità l’espediente più efficace è la preghiera comune. Perché, quando c’è unanimità nella preghiera, è come se il Signore stesso fosse presente e giudicasse in mezzo alla comunità. A queste condizioni la preghiera è certamente efficace perché è la preghiera stessa di Gesù al Padre.

 Matteo dunque sembra suggerirci che prima di giungere a soluzioni estreme, non occorre solo aver tentato ogni via possibile per recuperare il peccatore: bisogna soprattutto aver pregato a lungo e unanimemente.

 

 

15 Agosto - Assunzione della B.V. Maria

giorno - Luca 1,39-56

39In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 40 Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41 Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo 42 ed esclamò a gran voce: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43 A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? 44 Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo45 E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto". 46 Allora Maria disse: "L'anima mia magnifica il Signore 47e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, 48perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. 49Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente e Santo è il suo nome; 50di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. 51Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; 52ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; 53ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. 54Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, 55come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre". 56 Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

 

 

Il vangelo scelto per la solennità dell’Assunzione al cielo di Maria Santissima ci ricorda i motivi per cui Maria è stata assunta al cielo: la Madre di Dio dopo aver ricevuto l’annuncio della sua maternità da parte dell’angelo si reca in fretta da Elisabetta sua parente, per condividere la propria gioia con qualcuno che stava vivendo una situazione molto simile. Insieme ad Elisabetta Maria prorompe nel suo cantico di gioia: tutti secoli la chiameranno beata, in corpo e anima sarà per sempre accanto al Signore perché ha collaborato con Lui all’opera della redenzione.

39In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 40Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta.

Maria, dopo aver ricevuto l’annuncio da parte dell’angelo, parte. Dove si reca? Verso la regione montuosa, in una città di Giuda. In questa città abitava la sua parente Elisabetta. Che la casa di Zaccaria ed Elisabetta si trovasse in montagna non è dato da nessun altro documento. Può darsi che Luca descrivendo le origini di Giovanni Battista si rifaccia alla storia di Samuele, la cui famiglia (come si desume da 1Sam 1,1) abitava appunto in montagna. Anche l’annunciazione a Zaccaria contiene diverse allusioni alla vicenda di Samuele. Ancora Luca parla di “una città di Giuda”, preferendo un modo di dire arcaico ed evocativo, piuttosto che dire “una città della Giudea”. Ai tempi di Gesù la Giudea era solo una regione appartenente all’impero romano. Dire “città di Giuda” ricordava meglio la storia di Israele e l’elezione di Giuda a preferenza di tutti i figli di Giacobbe. Attorno al VI secolo si è voluto identificare il paese di Zaccaria in Ain Karim, un centro a 6 km ad ovest di Gerusalemme.

Non è chiaro perché Maria abbia percorso in fretta i 150 km circa che la separavano alla casa di Elisabetta. Non certo per assisterla, come ha suggerito una tradizione spirituale posteriore (Elisabetta aveva certo a sua disposizione diverse persone che l’aiutassero, e Luca stesso dice che Maria partì proprio prima del parto di Elisabetta!). Probabilmente Maria aveva bisogno di conferme a quanto l’angelo le aveva detto, o meglio voleva condividere la propria straordinaria esperienza con qualcuno che stava vivendo una situazione abbastanza simile alla sua.

Maria entrando in casa di Zaccaria saluta Elisabetta. Questo gesto così normale da parte di una visitatrice acquista un importanza enorme. Con questo saluto lo Spirito Santo si manifesta presente alle due donne.

 41Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo . Elisabetta fu colmata di Spirito Santo

La gioia e la presenza dello Spirito Santo, che caratterizzano i tempi messianici, incominciano a colmare i cuori dei personaggi di questa vicenda: Maria, Giovanni, Elisabetta, Zaccaria, i pastori, Simeone. Poi alla Pentecoste investirà tutti i credenti. Qui si assiste all’avverarsi della profezia riguardante Giovanni Battista: “egli sarà pieno di Spirito Santo fin dal ventre di sua madre”. Già da ora Giovanni inaugura la sua funzione di precursore, colui che indica la presenza del Messia in mezzo al suo popolo. Egli riconosce la presenza di Gesù nel grembo di Maria.

 42ed esclamò a gran voce: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!

Elisabetta, sotto l’azione dello Spirito Santo grida a gran voce. Era l’atteggiamento di esultanza del popolo di Israele davanti all’arca dell’Alleanza. Maria porta in grembo Gesù, è arca della presenza del Signore. L’anziana donna pronuncia poi delle parole di benedizione simili agli inni di esultanza intonati quasi sempre dalle donne in occasione di qualche vittoria in battaglia. Questa esclamazione di Elisabetta è poi del tutto simile alle parole di benedizione che Giuditta si sente dire da Ozia, capo degli anziani di Betulia, dopo aver ucciso con astuzia il nemico Oloferne (cf. Gdt 13,18).

 43A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?

Con queste parole Elisabetta mette in risalto la grande dignità di Maria. Luca utilizza il termine Signore per parlare di Gesù. Questo è un termine molto particolare che la comunità cristiana utilizzerà solo dalla Risurrezione, ma già fin da ora Luca ci ricorda che Gesù è il Signore fin dall’inizio della sua vicenda terrena.

 44Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo .

Lo Spirito Santo presente in Giovanni Battista sin dal seno di sua madre gli ha rivelato l’arrivo del Messia. Anche Elisabetta riesce a cogliere l’importanza di Maria e del figlio che porta in grembo.

 45E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto".

Questa affermazione in terza persona riguarda non solo Maria, ma tutti i credenti. E’ chiaro il collegamento con Luca 11,27-28 (beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono). Luca ci tiene a sottolineare che chiunque può diventare madre del Signore, a patto che si ponga in attento ascolto della sua Parola.

46Allora Maria disse: "L'anima mia magnifica il Signore47e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

 Elisabetta ha cantato la grandezza di Maria, ora Maria canta le lodi del Signore, il vero artefice della sua grandezza. Il Magnificat è il primo dei tre inni che Luca inserisce nei vangeli dell’infanzia. E’ un insieme di espressioni derivate dall’Antico Testamento. Questo inno è stato composto all’interno della comunità cristiana di origine giudaica. E’ un inno di ringraziamento per ciò che Dio ha operato a favore dei poveri e degli umili. Luca lo riprende, vi fa le proprie aggiunte e lo fa pronunciare a Maria dopo il racconto della Visitazione, quasi per fare una pausa, perché il suo lettore possa riflettere sulle grandi cose che l’evangelista ha narrato. I primi due versetti ricordano l’inno di gioia di Anna, la madre di Samuele (1Sam 2,1). Con tutto il suo essere la vergine proclama la grandezza di Dio, il Salvatore.

 48perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

 Ecco il motivo della gioia di Maria e della sua lode a Dio. Egli ha manifestato la sua vicinanza salvifica, è intervenuto nell’esistenza di questa ragazza. Dio ha guardato alla bassezza (tapeinosis) della serva. Maria è collocata tra i poveri di Jahvè, coloro che contano poco, di umile condizione sociale, o che vengono disprezzati per qualche situazione penosa (malattia, sterilità) a queste persone che non hanno la possibilità di cambiare la loro condizione. Dio ha promesso di intervenire di prendersi cura di loro (cf. Giuditta 9,11). Ciò che qui si traduce con umiltà non è dunque una qualità morale ma uno stato di povertà o di umiliazione, anche se per i poveri di Jahvè questo assume una connotazione religiosa poiché tali poveri vengono messi nella condizione di fidarsi totalmente di Dio. La “bassezza” di Maria però non è una malattia o una mancanza, ma la disponibilità a rendersi disponibile al dono di Dio. Il versetto 48b potrebbe essere stato inserito da Luca. Ciò introduce la venerazione che Maria avrà lungo tutto il resto della storia dell’umanità.

 49Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente e Santo è il suo nome;

 Nella vita di Maria, Dio ha fatto “grandi cose”. Le “grandi cose” fatte da Dio fino a quel momento erano la creazione (Gb 5,9), la liberazione di Israele dall’Egitto (Dt 10,21; 11,7, ecc.). Dio si manifesta grande per il concepimento verginale. Per questo il suo Nome è Santo: Dio stesso viene riconosciuto nella sua divinità, imprevedibile nel suo agire. Santo sarà anche il frutto del suo intervento creatore (Lc 1,35).

 50di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono.

 Dio è Santo, è forte ma la sua realtà non sarebbe completa se non si ricordasse la sua misericordia. Il termine ebraico che esprime la misericordia è molto profondo: ricorda l’amore paziente, la fedeltà di Dio alle sue promesse, nel contesto dell’alleanza. Questo impegno divino si è concretizzato proprio nel seno di Maria e si rivela ormai nella storia di ogni persona che lo teme. Non in coloro che hanno paura di lui, ma per coloro che si aprono alla sua Potenza nella loro vita. Da questo versetto il ricordo delle opere di Dio non riguarda più Maria, la persona che esprime la lode, ma acquista dimensioni più ampie, universali.

 51Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

 Lo spiegamento del braccio di Dio si è verificato in particolare con l’uscita di Israele dall’Egitto (Dt 5,15…). Con termini forti si ricorda ciò che il Signore ha compiuto a favore dei suoi poveri. Ad essi vengono opposti i superbi che nel loro cuore hanno deciso di non dare spazio alla sovranità divina. Il cuore nella cultura ebraica è la sede delle decisioni e dell’agire. Egli sono stati dispersi, proprio come viene sbaragliato un esercito che subisce una sconfitta. Questa seconda parte del Magnificat descrive il rovesciamento a favore dei poveri e degli umili aspettato da tutte le correnti apocalittiche. Ciò non si è ancora realizzato, ma la nascita di Gesù ne è l’inizio.

 52ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; 53ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.

 Continua con delle frasi antitetiche il rovesciamento della sorte dei poveri, tema presente nell’Antico Testamento e che solo Luca riprende nel vangelo. La preferenza di Dio per gli emarginati, i piccoli, i bisognosi si è già manifestata nel corso della storia di Israele, e si è dimostrata ora nella scelta della sterile Elisabetta e della vergine della sconosciuta Nazaret. Il cambiamento per Luca avverrà in modo compiuto nell’aldilà (cf. le beatitudini di Luca 6,20-26 e la parabola del ricco epulone, 16,19-26), ma viene già espresso nella vita di comunione della chiesa di Gerusalemme (cf. Atti 4,34).

 54Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, 55come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre".

 Ora l’attenzione si sposta sulla storia del popolo eletto. Il rovesciamento di situazione proclamato da Maria è come la risposta di fedeltà all’impegno che Jahvè aveva preso con i primi patriarchi a favore del suo popolo e di tutta l’umanità. Questa promessa è per sempre, cioè abbraccia tutta l’umanità e tutti i tempi.

 56Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

 Maria dopo circa tre mesi torna a casa. Questo significa che se ne va prima che Elisabetta partorisca. Maria se ne va al compiersi del segno. Con questo versetto si chiude l’episodio della visitazione. L’attenzione di Luca passerà poi alla nascita di Giovanni il Battista e ai segni che l’accompagneranno.

 

 

15 Agosto - Assunzione della B.V. Maria

vigilia - Luca 11,27-28

In quel tempo, mentre Gesù parlava alle folle,  27 una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». 28 Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».

 Questo breve episodio riportato solo dall’evangelista Luca, ci aiuta a porre in giusta luce la figura di Maria. Maria ha avuto diversi “privilegi”: è stata preservata dal peccato originale, è divenuta madre del Signore, è stata assunta in cielo in corpo e anima, però il suo vero merito è stato quello di ascoltare la parola di Dio, di renderla vita della sua vita. Maria è beata non tanto perché è stata la madre di Gesù, ma soprattutto perché ha ascoltato la parola di Dio e l’ha resa vita della sua vita. Per questo motivo nessuno si può sentire inferiore nei suoi confronti, nessuno può rinunciare all’impegno di porsi in attento ascolto della Parola e di metterla in pratica.

27Mentre diceva questo, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». 

 Mentre quindi Gesù stava parlando degli spiriti impuri, una donna lo avrebbe lodato in modo indiretto, dichiarando beata colei che aveva avuto il privilegio di portarlo in grembo e di allattarlo. Questo episodio non è ricordato dagli evangelisti Marco e Matteo, che pur riportando una stessa struttura, ricordano qui l’episodio di Maria e dei parenti di Gesù che vanno a prenderlo preoccupati dal suo stile di vita, inserito da Luca più sopra (Lc 8,19-21). Luca avrebbe potuto inserire di suo pugno la lode della donna della folla per sottolineare di nuovo la beatitudine di coloro che ascoltano la parola di Dio, ma la presenza di semitismi (beato il grembo… beato il seno…) fa pensare che egli abbia avuto a sua disposizione un’altra fonte e che abbia attinto a essa. La beatitudine con cui la donna prorompe dalla folla esalta Maria per essere stata la madre di Gesù. All’interno della comunità di Luca probabilmente Maria era considerata una persona privilegiata. Questo poteva portare al rischio di considerarla anche come una “cristiana” privilegiata. Quindi il brano cerca di correggere questa opinione.

 28Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».

 Gesù è categorico. La beatitudine con cui Gesù risponde pone la sua interlocutrice su un altro piano. E’ introdotta da menou (che traduciamo con piuttosto) che rettifica la prima affermazione. Mettendo l’ascolto e l’osservanza della parola di Dio al di sopra della maternità di Maria, l’evangelista stabilisce la gerarchia dei valori secondo la visione della fede. Evita di assolutizzare il privilegio della maternità fisica (fatto unico, ormai precluso a chiunque altro), ricordando che la vera beatitudine è nell’ascolto (atteggiamento di Maria e che è possibile ai cristiani di tutti i tempi e di tutti i luoghi). Di fatto già nei primi capitoli di Luca, Maria è presentata come colei che ascolta la parola di Dio, la mette in pratica e la custodisce. Maria è il tipo del credente, la prima discepola. Questa beatitudine dettata da Gesù è anche a favore di una valorizzazione della donna. Egli riconosce la donna come persona capace di risposta libera e personale. Gesù non riduce la dignità della donna alla sottomissione al marito e alla generazione dei figli, come invece avveniva nella cultura ebraica del suo tempo.

 

 

14 Agosto - Mt 17,22-27

 22Mentre si trovavano insieme in Galilea, Gesù disse loro: «Il Figlio dell'uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini 23e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà». Ed essi furono molto rattristati. 24Quando furono giunti a Cafàrnao, quelli che riscuotevano la tassa per il tempio si avvicinarono a Pietro e gli dissero: «Il vostro maestro non paga la tassa?». 25Rispose: «Sì». Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: «Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli estranei?». 26Rispose: «Dagli estranei». E Gesù replicò: «Quindi i figli sono liberi. 27Ma, per evitare di scandalizzarli, va' al mare, getta l'amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d'argento. Prendila e consegnala loro per me e per te».

 22Mentre si trovavano insieme in Galilea, Gesù disse loro: «Il Figlio dell'uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini 23e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà». Ed essi furono molto rattristati.

 Matteo fa propria la predizione della passione di Marco 9,31 apportandovi solo poche modifiche. Cambia completamente la reazione dei discepoli. In Marco essi non comprendono e non hanno il coraggio di chiedere spiegazioni. Qui invece sono molto rattristati, un sentimento adatto alle circostanze.

  24Quando furono giunti a Cafàrnao, quelli che riscuotevano la tassa per il tempio si avvicinarono a Pietro e gli dissero: «Il vostro maestro non paga la tassa?».

 Il gruppo arriva a Cafarnao, dove si trovava la casa di Pietro e dove Gesù aveva posto la sua dimora. Qui c’era un ufficio delle imposte ed era ovvio che costoro si rivolgessero a Pietro, che era del posto. Il termine greco didrachma, doppia dracma, era equivalente al mezzo siclo dei Giudei. Si tratta qui della tassa che annualmente si raccoglieva per il mantenimento del Tempio di Gerusalemme. Si ha la prima menzione di questa tassa in Neemia 10,33-34, che ne fissa l’importo a un terzo di siclo. L’importo era poi stato elevato a mezzo siclo. Questo obbligo era molto sentito anche all’estero e fu mantenuto anche dai giudei rimasti in Babilonia. Dopo la distruzione del tempio (70 d.C.) i Romani avevano mantenuto la tassa, destinandone l’importo al pagamento delle spese per il tempo di Giove Capitolino a Roma.

 25Rispose: «Sì». Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: «Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli estranei?».

 La risposta di Pietro sembra poco convinta, certo è stato preso alla sprovvista o non sapeva proprio come si comportasse Gesù in questi frangenti. Gesù conoscendo ogni cosa, vedendolo entrare non gli lascia nemmeno esporre il problema e prende l’occasione per dare un insegnamento. Parlando dei re della terra indica i governanti in genere, ma qui probabilmente era intesa in relazione ai Romani e ai loro collaboratori nel paese d’Israele. Vi si può scorgere un implicito confronto con il Re dell’Universo.

  26Rispose: «Dagli estranei». E Gesù replicò: «Quindi i figli sono liberi.

 Quelli che appartengono alla famiglia del re o del governante non pagano le tasse. Sono gli estranei che le pagano a loro. Come Figlio di Dio, Gesù non era tenuto a pagare la tassa per il mantenimento del Tempio di Gerusalemme poiché questo era la casa di suo Padre (cf. Lc 2,49).

  27Ma, per evitare di scandalizzarli, va' al mare, getta l'amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d'argento. Prendila e consegnala loro per me e per te».

 Tuttavia per evitare di scandalizzarli Gesù inventa un modo miracoloso per pagare la tassa del Tempio per sé e Pietro. E chi avrebbero potuto scandalizzare? Matteo pensava ai suoi conterranei giudei. Cosa sarebbe successo se i seguaci di Gesù si fossero rifiutati di pagare la tassa per il Tempio? Avrebbero cessato di essere considerati giudei, cosa che né Gesù né Matteo volevano. Ciononostante i giudeo-cristiani consideravano il pagamento della tassa per il Tempio un’anomalia teologica, vista la loro fede in Gesù, il Figlio di Dio. Così questo brano costituisce una giustificazione teologica per cui non avrebbero dovuto pagare la tassa e al tempo stesso una strategia prudenziale per pagare la tassa e non avere guai con le autorità romane (visto che ormai quei soldi andavano al tempio di Giove). La moneta d’argento era lo stater, corrispondente a quattro dracme, per pagare la tassa per due persone. 

 

13 Agosto - 19ma domenica del Tempo Ordinario

Mt 14,22-33

 Dopo che la folla ebbe mangiato, 22 subito dopo costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, finché non avesse congedato la folla. 23 Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.

 24 La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. 25 Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. 26 Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: "È un fantasma!" e gridarono dalla paura. 27 Ma subito Gesù parlò loro dicendo: "Coraggio, sono io, non abbiate paura!". 28 Pietro allora gli rispose: "Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque". 29 Ed egli disse: "Vieni!". Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. 30 Ma, vedendo che il vento era forte, s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: "Signore, salvami!". 31 E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: "Uomo di poca fede, perché hai dubitato?". 32 Appena saliti sulla barca, il vento cessò. 33 Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: "Davvero tu sei Figlio di Dio!".

  

Dopo che la folla ebbe mangiato, 22 subito dopo costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, finché non avesse congedato la folla. 

 Questo brano viene introdotto in modo piuttosto brusco. Subito, appena sfamata la folla, Gesù non si intrattiene di più, non desidera nessuna acclamazione. Egli “congeda” la gente, cioè la rimanda a casa, così come volevano i discepoli (Mt 14,15), però la manda a casa dopo averla saziata. Poi Gesù “costringe” i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva.

 23Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.

 Dopo aver congedato la folla Gesù ritorna in un luogo in disparte a pregare, così come aveva programmato di fare prima che le folle lo raggiungessero. Così si ritrova di nuovo da solo, sul monte, in preghiera. E’ la sola volta (a parte il Getsemani) in cui Matteo ritrae Gesù in questo atteggiamento di preghiera solitaria, che pure doveva essergli estremamente abituale. Se accettiamo la collocazione tradizionale della prima moltiplicazione a Tabga, il monte su cui Gesù si era ritirato a pregare può essere la collina che viene chiamata oggi delle “beatitudini”, cioè lo stesso luogo in cui si situa il discorso della montagna.

  24La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. 

 I discepoli si trovano dunque già a una certa distanza dalla riva. La barca è tormentata dalle onde e dal vento contrario. Il fatto che Matteo parli della barca (mentre Marco nel brano parallelo ha come soggetto i discepoli) può essere un indizio che egli pensi alla barca come simbolo della Chiesa.

  25Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. 26Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: "È un fantasma!" e gridarono dalla paura. 27Ma subito Gesù parlò loro dicendo: "Coraggio, sono io, non abbiate paura!". 

 Gesù raggiunge i suoi quasi all’alba. Gesù viene incontro alla barca camminando sul mare. Si tratta di un’apparizione, di una cristofania, e infatti i discepoli lo prendono per un fantasma e hanno paura. Quindi l’apparizione di Gesù è al tempo stesso una prova della loro fede, elemento della cristofania che Matteo svilupperà tramite l’intervento successivo di Pietro. Però dall’apparizione in se stessa è importante l’aspetto salvifico, pasquale. Il cammino sul mare ricorda certo alcuni passi dell’Antico Testamento che presentano il Signore mentre passa sul mare con orme invisibili (Sal 77,20; Is 43,16). Ma questi testi non sono isolati, sono riconducibili all’evento pasquale, al passaggio del mare (Es 14-15). E “la quarta veglia della notte” non può non essere eco della “veglia del mattino” (Es 14,24) quando il Signore mise in rotta i carri degli egiziani. Quindi la cristofania è pasquale: ci sono degli elementi che richiamano apertamente il passaggio del mare e che pertanto ci aiutano a leggere il brano in questa luce (la paura dei discepoli: Es 14,13; il forte vento: Es 14,21; il «coraggio, Io sono» di Gesù, che rimanda al Nome divino rivelato nell’esodo, e così via).

  28Pietro allora gli rispose: "Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque".

 Alla cristofania vera e propria che riprende da Marco, Matteo aggiunge però un’appendice che sembra essere proprio di suo pugno. Quest’appendice ha per oggetto Pietro: è il primo dei tre testi petrini che sono propri di Matteo (con Mt 16,17-19 e 17,24-27). Matteo accanto alla manifestazione di Cristo pone la sua attenzione alla figura dei discepoli che sono con lui, cioè alla realtà ecclesiale.

 Ma perché Pietro avrebbe chiesto a Gesù di farlo venire con lui sulle acque? Ci possono essere due spiegazioni: Pietro è dubbioso circa la reale presenza di Gesù (“se sei davvero tu...”), perciò la sua iniziativa riflette una volontà di mettere alla prova il Signore, di svelarne la presenza, di costringerlo a scoprirsi. Emerge ancora una volta l’impetuosità del carattere di Pietro. Un’altra spiegazione riguarda la nostra condizione umana: noi non siamo capaci di “imitare” Gesù, o meglio non possiamo mai avere questa pretesa.

  29Ed egli disse: "Vieni!". Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. 

 Gesù accondiscende alla richiesta di Pietro, dicendogli “Vieni!”. Ma quell’andare verso Gesù è una sequela, non un’imitazione. La differenza tra imitazione e sequela è inscritta nello stesso racconto.

  30Ma, vedendo che il vento era forte, s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: "Signore, salvami!". 

 Finché Pietro presume di poter camminare sulle acque come Gesù, e quindi di essere capace di “imitarlo”, di poter essere o fare come lui, va incontro al fallimento: basta un colpo di vento e lui va a fondo. Egli comincia a “seguire” Gesù quando gli grida: «Signore, salvami!». La differenza tra imitazione e sequela non consiste tanto in ciò che si fa, ma nello spirito con cui lo si fa. O accettiamo di metterci umilmente al seguito di Gesù, oppure abbiamo la pretesa di essere o fare come lui. In questo caso dimostriamo di non avere bisogno del suo aiuto, della sua guida, del suo soccorso e non possiamo che andare incontro al naufragio di tutte le nostre false sicurezze.

  31E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: "Uomo di poca fede, perché hai dubitato?". 

 Gesù chiama Pietro “piccolo di fede”. Non è “diffidente”, come invece si erano dimostrati i compaesani di Gesù, ma uno che deve ancora crescere, maturare nella fede. E’ la condizione di ognuno di noi.

  32Appena saliti sulla barca, il vento cessò. 33Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: "Davvero tu sei Figlio di Dio!".

 Quando Gesù e Pietro salgono sulla barca il vento cessa e il mare si placa, come nell’episodio simile della tempesta sedata. Allora “quelli che stavano sulla barca” (cioè i discepoli) escono in una solenne confessione messianica, anticipatrice di quella che farà Pietro in Mt 16,16. Essi riconoscono Gesù come il Figlio di Dio e si prostrano davanti a lui. Quello di prostrarsi è l’unico gesto autentico che si può compiere davanti a Gesù. Lo avevano fatto i Magi, lo faranno le donne quando incontreranno Gesù risorto.

 

Dal vangelo secondo Luca (11,27-28)

Beato il grembo che ti ha portato

In quel tempo, mentre Gesù parlava alle folle,  27una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». 28Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».

 

Collocazione del brano

Questo breve episodio riportato solo dall’evangelista Luca, ci aiuta a porre in giusta luce la figura di Maria. Maria ha avuto diversi “privilegi”: è stata preservata dal peccato originale, è divenuta madre del Signore, è stata assunta in cielo in corpo e anima, però il suo vero merito è stato quello di ascoltare la parola di Dio, di renderla vita della sua vita. Maria è beata non tanto perché è stata la madre di Gesù, ma soprattutto perché ha ascoltato la parola di Dio e l’ha resa vita della sua vita. Per questo motivo nessuno si può sentire inferiore nei suoi confronti, nessuno può rinunciare all’impegno di porsi in attento ascolto della Parola e di metterla in pratica.

Il brano si pone nel capitolo 11, lungo il viaggio che porta Gesù dalla Galilea a Gerusalemme, dove avrebbe affrontato la condanna e la morte. Dopo aver dato alcuni insegnamenti sulla preghiera (il Padre Nostro, 11,1-4; l’amico importuno 11,5-8; l’efficacia della preghiera 11,9-13) Gesù scaccia un demonio da un uomo muto, che ricomincia a parlare e dà alcuni insegnamenti sul comportamento degli spiriti immondi (11,14-26). E’ allora che una donna dalla folla dichiara beata sua madre.

 

Lectio

27  Mentre diceva questo, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». 

Mentre quindi Gesù stava parlando degli spiriti impuri, una donna lo avrebbe lodato in modo indiretto, dichiarando beata colei che aveva avuto il privilegio di portarlo in grembo e di allattarlo. Questo episodio non è ricordato dagli evangelisti Marco e Matteo, che pur riportando una stessa struttura, ricordano qui l’episodio di Maria e dei parenti di Gesù che vanno a prenderlo preoccupati dal suo stile di vita, inserito da Luca più sopra (Lc 8,19-21). Luca avrebbe potuto inserire di suo pugno la lode della donna della folla per sottolineare di nuovo la beatitudine di coloro che ascoltano la parola di Dio, ma la presenza di semitismi (beato il grembo… beato il seno…) fa pensare che egli abbia avuto a sua disposizione un’altra fonte e che abbia attinto a essa. La beatitudine con cui la donna prorompe dalla folla esalta Maria per essere stata la madre di Gesù. All’interno della comunità di Luca probabilmente Maria era considerata una persona privilegiata. Questo poteva portare al rischio di considerarla anche come una “cristiana” privilegiata. Quindi il brano cerca di correggere questa opinione.

 

28Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».

Gesù è categorico. La beatitudine con cui Gesù risponde pone la sua interlocutrice su un altro piano. E’ introdotta da menou (che traduciamo con piuttosto) che rettifica la prima affermazione.

Mettendo l’ascolto e l’osservanza della parola di Dio al di sopra della maternità di Maria, l’evangelista stabilisce la gerarchia dei valori secondo la visione della fede. Evita di assolutizzare il privilegio della maternità fisica (fatto unico, ormai precluso a chiunque altro), ricordando che la vera beatitudine è nell’ascolto (atteggiamento di Maria e che è possibile ai cristiani di tutti i tempi e di tutti i luoghi).

Di fatto già nei primi capitoli di Luca, Maria è presentata come colei che ascolta la parola di Dio, la mette in pratica e la custodisce. Maria è il tipo del credente, la prima discepola.

Questa beatitudine dettata da Gesù è anche a favore di una valorizzazione della donna. Egli riconosce la donna come persona capace di risposta libera e personale. Gesù non riduce la dignità della donna alla sottomissione al marito e alla generazione dei figli, come invece avveniva nella cultura ebraica del suo tempo.

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