Vangelo di oggi

23 ottobre - Lc 12,13-21

 13Uno della folla gli disse: "Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità". 14Ma egli rispose: "O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?". 15E disse loro: "Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede". 16Poi disse loro una parabola: "La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. 17Egli ragionava tra sé: "Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? 18Farò così - disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. 19Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!". 20Ma Dio gli disse: "Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?". 21Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio".

  13Uno della folla gli disse: "Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità".

 Un anonimo espone a Gesù un problema di eredità. Si rivolge a Gesù come a un rabbi, visto che questi ultimi erano non solo teologi e maestri, ma anche giuristi che potevano essere chiamati per risolvere questioni di diritto enunciate dalla Legge.

  14Ma egli rispose: "O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?".

 La risposta di Gesù alla richiesta dell’anonimo è un netto rifiuto. Gesù non vuole che lo si consideri un semplice rabbi. Colui che lo interpella viene invitato a riflettere sulla vera identità e missione del Profeta escatologico. Gesù approfitta di questo intervento per esortare chi lo ascolta ad evitare la brama di possesso.

  15E disse loro: "Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede".

 L’evangelista invita a mantenere la vigilanza contro la tendenza pericolosa di cercare la sicurezza della vita nelle ricchezze accumulate. Le ricchezze infatti non aumentano la garanzia di un’esistenza al riparo dalla transitorietà. Qui Luca usa il termine «vita» senza precisare se si tratti della vita eterna. Il contesto si adatta a entrambe i significati: alla luce della parabola, è questa vita terrena che non viene assicurata dai beni posseduti; ma il v. 21 indica che l’autore non dimentica la vera vita, la vita che non passa, e proprio la cupidigia imprigiona l’uomo in un atteggiamento che non aiuta ad «arricchirsi in Dio».

  16Poi disse loro una parabola: "La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante.

 Il tema di colui che ha ricchezze e ne può godere è ampiamente presente nella letteratura sapienziale. Soprattutto in Qoelet 9,7-9 e in Siracide 11,18-19 il godere dei beni è visto positivamente, perché i beni sono una benedizione di Dio. Luca, come in altri luoghi mette in scena il suo personaggio: un uomo. Egli non ha altre caratteristiche se non quella di essere un ricco proprietario terriero. Non si dice se egli si sia arricchito in modo onesto o disonesto. Egli è ricco e i suoi campi rendono al massimo.

  17Egli ragionava tra sé: "Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti?

 Luca utilizza ancora uno dei suoi espedienti letterari: ci comunica i pensieri del personaggio. Il ricco non ha il problema di arricchirsi, ma di come conservare le raccolte. I suoi affari sono andati a gonfie vele, egli pensa di ritirarsi per goderne in pace: un ragionamento più che giustificato. Non si tratta qui dunque di cupidigia.

  18Farò così - disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni.

 La soluzione migliore è costruire depositi nuovi e più grandi dove immagazzinare il grano «e i miei beni»: forse qui si allude discretamente anche ai beni del lettore, invitandolo a riflettere sulla propria situazione.

  19Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!".

 Il ricco continua a dialogare con se stesso e tira le conseguenze per la sua futura esistenza: grazie a tutti i beni posseduti può smettere le attività per riposare, mangiare, bere, festeggiare. Nella letteratura antica questi sono i verbi tipici per descrivere una vita comoda e beata. Il ricco progetta per sé un futuro allegro, non dissoluto o licenzioso.

  20Ma Dio gli disse: "Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?".

 Questa è la finale della parabola. Lo stile rimane sapienziale: il tema della morte per indicare la precarietà dell’essere umano; l’idea di accumulare beni di cui poi godranno gli altri. Ma la letteratura sapienziale davanti alla prospettiva della morte propone di godere il più possibile nel presente dei beni materiali, perché sono una benedizione divina. Qui l’insegnamento cambia. Il ricco viene chiamato stolto perché non ha preso in considerazione la morte. Ha dimenticato che la sua vita è un dono di Dio che gli può essere richiesto in ogni tempo. Luca sottolinea quindi che l’uomo diventa ridicolo quando pensa di potersi assicurare una bella vita o la vera vita appoggiandosi solo sui propri beni, sul frutto delle sue fatiche.

  21Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio".

 Questa frase completa il senso della parabola. Luca mette ancora più a fuoco l’insegnamento di questo brano. L’argomento del sano uso dei beni terreni è molto importante per Luca. Il ricco ha accumulato solo per sé. Egli si sarebbe «arricchito davanti a Dio» se avesse utilizzato i suoi beni anche per aiutare gli altri, se avesse vissuto la dimensione comunitaria della sua fede condividendo con gli altri le proprie ricchezze. La sicurezza del credente poggia soprattutto su Dio e non sulle ricchezze materiali.

 

 

22 ottobre - Mt 22,15-21

29a domenica del Tempo Ordinario

In quel tempo, 15i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.  16 Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni a via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. 17 Dunque, dì a noi il tuo parere:  è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». 18 Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? 19 Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. 20 Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione di chi sono?». 21 Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio!».

 15Allora i farisei, andati, tennero consiglio sul modo di prenderlo al laccio con una parola.

 Dopo i capi dei sacerdoti e gli anziani, vengono i farisei a sfidare Gesù, per cercare di coglierlo in fallo. L’espressione “tennero consiglio” (symboùlion) è il termine tecnico per indicare la convocazione del sinedrio, convocato dai sommi sacerdoti, di cui si parlerà più tardi nel corso del racconto della passione (Mt 27,1.7; 28,12). Matteo lo anticipa qui, per ricordarci che la condanna di Gesù era stata architettata già da tempo. L’espressione “prendere al laccio con una parola” è un semitismo molto espressivo che ci fa comprendere come possa bastare una parola sola per mettere nei guai una persona. Matteo usa questo termine solo in questa occasione. E’ inoltre evidente l’atteggiamento ostile dei farisei nei confronti di Gesù.

 16E mandano a lui i loro discepoli con gli erodiani a dire:

  I capi dei farisei non vanno direttamente da Gesù (ci andranno per la terza disputa, cf. Mt 22,34-40). Mandano i loro discepoli. Non solo: c’è anche la presenza degli erodiani. Questa si spiega con la natura della disputa. Erode era un collaborazionista del potere dei romani su Israele. Qualora Gesù avesse espresso delle parole di disapprovazione nei confronti dei romani e del loro pretendere delle imposte, essi sarebbero stati i primi a denunciarlo presso gli occupanti come un sovversivo. Erodiani e farisei erano nemici: gli uni collaboravano con il potere dei romani, gli altri lo consideravano un castigo di Dio. Però quando si tratta di mettere in difficoltà Gesù si mettono d’accordo! «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni con verità la via di Dio, e non ti curi di nessuno, perché non guardi in faccia agli uomini. Queste parole di introduzione sono fin troppo adulatorie, sembrano quasi una provocazione e di fatto ottengono da parte di Gesù delle parole di biasimo (“ipocriti”). Il dire “non guardi in faccia agli uomini” potrebbe sembrare un’istigazione a sfidare il potere di Cesare.

   17Di’ dunque a noi, che te ne pare? E’ lecito o no dare il tributo a Cesare?».

  Il tributo di cui i farisei parlano era la tassa pro capite imposta dai romani dopo l’occupazione della Palestina avvenuta nel 6 a.C. (il cui nome tecnico era census). Questo veniva richiesto a tutti gli abitanti della Giudea, Samaria e Idumea (uomini, donne, schiavi) dai dodici fino ai sessantacinque anni. Il Cesare di cui si parla è Tiberio Cesare, imperatore di Roma dal 14 al 37 d.C. Il tributo era di un denaro d’argento a testa, ossia la paga quotidiana di un bracciante. Il pagamento di questo tributo era una condizione essenziale per poter vivere in pace come sudditi dell’impero romano ed esercitare i diritti derivanti da questo stato.

   18Ma Gesù, conoscendo la loro malvagità, disse: «Perché mi tentate, ipocriti?

  Non c’è bisogno di avere la conoscenza del cuore umano che aveva Gesù per capire che quel lungo preambolo e la domanda che gli veniva posta non erano altro che tentativi cattivi di incastrarlo. Gesù sa bene che qualunque sua risposta diretta lo avrebbe messo in una posizione difficile. Se avesse detto che il tributo era lecito avrebbe avuto contro di sé gli zeloti e tutti coloro che mal sopportavano l’occupazione romana. Se avesse detto di no, gli erodiani lo avrebbero denunciato ai romani. Quindi è legittima la sua protesta: perché mi tentate, perché mi mettete alla prova? Essi sono davvero dei falsi (ipocriti).

 19Mostratemi la moneta del tributo». Ora, essi gli presentarono un denaro.

  Ma Gesù, risponde alla domanda in modo indiretto. Sposta l’attenzione sul fatto oggettivo, in se stesso. Esisteva una moneta speciale, coniata dai romani, per pagare questo tributo e il fatto che gli interlocutori di Gesù gliela possano mostrare subito significava che vi era una certa facilità nel reperire e maneggiare tale tipo di denaro. Secondo un’interpretazione stretta del secondo comandamento (Es 20,4), una moneta recante un’immagine e l’iscrizione che divinizzava l’imperatore dovevano considerarsi idolatriche. Eppure anche i farisei ne facevano uso in modo piuttosto disinvolto.

 20E dice loro: «Di chi (è) questa immagine e l’iscrizione?».

  La moneta portava l’immagine dell’imperatore Tiberio, e l’iscrizione che diceva Tiberio Cesare, augusto figlio del divino Augusto, sommo sacerdote. Dall’altro lato vi era sua madre Livia, raffigurata come dea della pace.

 21Gli dicono: «Di Cesare». Allora dice loro: «Rendete dunque a Cesare quello (che è) di Cesare, e a Dio quello (che è) di Dio!».

 Gesù mette la sua risposta su di un piano di appartenenza. Se la moneta riporta l’immagine di Cesare è da dare a Cesare. Tutti i vantaggi che il popolo di Israele godeva grazie alla presenza dei romani sul suo territorio dovevano essere riconosciuti e ripagati con questo tributo. Ma il potere di Cesare per quanto grande non poteva essere assoluto. Vi è anche una “moneta” che porta l’immagine di Dio, cioè l’uomo (Gn 1,26). Quindi ciò che porta l’immagine di Dio va reso a Dio, deve dedicarsi a Lui.  Durante la storia cristiana si ha avuto la tendenza a usare questo testo come base della dottrina dei rapporti tra «Chiesa e Stato», giungendo spesso alla conclusione che si tratta di due sfere separate.  Matteo per conto suo era più interessato a mostrare la capacità di Gesù di evitare i tranelli tesigli dai suoi avversari e alla sua esortazione a prestare altrettanta (e anche maggiore) attenzione a “quello che è di Dio” rispetto a “quello che è di Cesare”.

  

 

20 ottobre - Lc 12,1-7

 

1Intanto si erano radunate migliaia di persone, al punto che si calpestavano a vicenda, e Gesù cominciò a dire anzitutto ai suoi discepoli: «Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l'ipocrisia.2Non c'è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. 3Quindi ciò che avrete detto nelle tenebre sarà udito in piena luce, e ciò che avrete detto all'orecchio nelle stanze più interne sarà annunciato dalle terrazze. 4Dico a voi, amici miei: non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo e dopo questo non possono fare più nulla. 5Vi mostrerò invece di chi dovete aver paura: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geènna. Sì, ve lo dico, temete costui. 6Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. 7Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate paura: valete più di molti passeri!

 

 1Intanto si erano radunate migliaia di persone, al punto che si calpestavano a vicenda, e Gesù cominciò a dire anzitutto ai suoi discepoli: «Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l'ipocrisia.

 

Nel capitolo 12 troviamo raccolti diversi insegnamenti che Gesù ha dato ai discepoli in presenza della folla. Questo primo gruppo riguarda il coraggio nell’annunciare il messaggio di Cristo senza avere paura delle persecuzioni. Nel v. 1 vediamo che Gesù ha sempre maggiore successo e la folla continua ad aumentare. Gesù si rivolge ai suoi discepoli e li mette in guardia dall’ipocrisia dei farisei. L’ipocrisia è una pietà basata su un atteggiamento fondamentalmente erroneo, come risulta dai “guai”; è la perdita del senso dell’essenziale, una perversione sostanziale della mentalità che falsifica il rapporto con Dio. Questa mentalità sbagliata rischia di contaminare i discepoli per il suo effetto di penetrazione corrosivo, simile al lievito.

 

 2Non c'è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto.

 

L’affermazione è quasi proverbiale: la verità viene sempre a galla. Ciò può significare che la rivelazione del Regno di Dio, ristretta per ora al gruppo dei discepoli, deve poi essere diffusa nel mondo. Oppure che il lavoro nascosto della parola di Dio darà frutti visibili o ancora che i discepoli devono avere il coraggio di proclamare apertamente il messaggio di Gesù a loro affidato.

 

 3Quindi ciò che avrete detto nelle tenebre sarà udito in piena luce, e ciò che avrete detto all'orecchio nelle stanze più interne sarà annunciato dalle terrazze.

 

Abbiamo qui l’applicazione pratica del versetto precedente. I missionari del vangelo saranno chiamati a diffondere questo messaggio, anche se lo hanno ricevuto in un ambiente di riservatezza.

 

 4Dico a voi, amici miei: non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo e dopo questo non possono fare più nulla.

 

Certo ciò non avverrà senza difficoltà. Ci saranno persecuzioni. Gesù le introduce con un termine familiare amici miei. E’ l’unica volta che nei Sinottici i discepoli sono chiamati amici da Gesù. Viene così sottolineato lo stretto legame che li unisce a lui che per primo è stato ucciso nel suo corpo, ma è rimasto fedele. C’è in questa parola la garanzia dell’amore personale del Signore che li accompagnerà fino alla morte. Quindi non devono temere! Il potere degli uccisori è limitato: la morte che gli uomini possono infliggere non tocca la vita umana nella sua realtà più profonda, l’anima.

 

 5Vi mostrerò invece di chi dovete aver paura: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geènna. Sì, ve lo dico, temete costui.

 

All’esortazione di non aver paura dei persecutori si contrappone il timore di Dio, un timore che non è sinonimo di paura, ma che nella linea sapienziale è “principio della conoscenza”, capace di liberare l’uomo dalla paura della morte e quindi dell’uccisore. Solo Dio ha il potere di salvare o perdere l’uomo.  Trattandosi di un avvertimento, l’accento è messo sull’elemento negativo: essere gettato nella Geenna. Luca si riferisce certo a situazioni realmente accadute fra i membri della comunità cristiana già esposta a persecuzioni e al pericolo di abbandonare la fede.

 

 6Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio.

 

Luca aggiunge un detto di tipo sapienziale che in origine serviva ad assicurare nei discepoli, che avevano lascito tutto per seguirlo, la fiducia nella provvidenza del Padre celeste. In questo contesto spinge al coraggio nelle persecuzioni, adoperando un motivo più positivo di prima: Dio ama il discepolo e non lo abbandona. Se già i passeri, le bestie a minor prezzo sul mercato, stanno sotto lo sguardo di Dio, a maggior ragione Egli non abbandona coloro che sono perseguitati e che Gesù definisce i suoi amici.

 

 7Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate paura: valete più di molti passeri!

 

L’immagine tradizionale del capello rafforza ancora la convinzione che a Dio non sfugge la minima realtà creata. Egli conosce il più piccolo particolare dei discepoli e non mancherà certo di avere cura di loro. Anche se i discepoli sembrano abbandonati alla violenza degli uomini, Dio è vicino e ama coloro che sono suoi. Il suo intervento avverrà nel giudizio. Il potere dell’uccisore è comunque limitato all’aspetto fisico, effimero, dell’uomo. L’amore del Padre non verrà mai meno. 

 

19 ottobre -  Lc 11,47-54

 47Guai a voi, che costruite i sepolcri dei profeti, e i vostri padri li hanno uccisi.48Così voi testimoniate e approvate le opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi costruite. 49Per questo la sapienza di Dio ha detto: «Manderò loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno», 50perché a questa generazione sia chiesto conto del sangue di tutti i profeti, versato fin dall'inizio del mondo: 51dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria, che fu ucciso tra l'altare e il santuario. Sì, io vi dico, ne sarà chiesto conto a questa generazione. 52Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l'avete impedito». 53Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo in modo ostile e a farlo parlare su molti argomenti, 54tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca.

  47Guai a voi, che costruite i sepolcri dei profeti, e i vostri padri li hanno uccisi. 48Così voi testimoniate e approvate le opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi costruite.

 Gesù sta criticando i farisei e i dottori della Legge. Questo è il terzo guai, per coloro che costruiscono i sepolcri dei profeti uccisi dai loro padri. Il culto nei confronti dei profeti e poi dei rabbini del passato era molto diffuso al tempo di Gesù: erano considerati martiri, si costruivano loro tombe e monumenti, visitati da pellegrini. La critica di Gesù contenuta in questi versetti è dunque storicamente fondata e ha potuto trovare un’applicazione nella Chiesa primitiva, che vede nei profeti uccisi il destino dei propri missionari. La colpa di farisei e dottori della Legge è la stessa dei loro padri. Non sanno accogliere la parola di Dio che un tempo venne trasmessa loro attraverso i profeti e ora giunge per mezzo di Gesù.

  49Per questo la sapienza di Dio ha detto: «Manderò loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno»,

 Questa citazione della sapienza è una parola di minaccia che appartiene al genere apocalittico. La sapienza preannuncia l’invio di messaggeri e il loro destino nella storia di Israele: vengono uccisi, segno del permanente rifiuto di conversione del popolo eletto. Il giudizio è imminente.

  50perché a questa generazione sia chiesto conto del sangue di tutti i profeti, versato fin dall'inizio del mondo:

 Questa generazione pagherà per il sangue dei profeti uccisi perché non ha saputo riconoscere il Profeta degli ultimi tempi, Gesù. Rappresenta così tutta la storia di Israele che ha ucciso i profeti portata la suo culmine e al suo termine.

  51dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria, che fu ucciso tra l'altare e il santuario. Sì, io vi dico, ne sarà chiesto conto a questa generazione.

 In questo versetto vengono ricordati in modo simbolico tutti coloro che furono uccisi: da Abele a Zaccaria. Costui era un sacerdote di cui si parla in 2Cr 24,20s). Fu lapidato nel cortile del tempio. E’ possibile che nel giudaismo sia stato ben presto considerato come un profeta. Abele è il primo personaggio biblico ad essere ucciso, Zaccaria l’ultimo (secondo il canone ebraico): questi due estremi abbracciano l’intera storia della salvezza e la comunità cristiana vi aggiunge Cristo e i propri inviati respinti da Israele.

  52Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l'avete impedito».

 I dottori della Legge pretendevano di avere il monopolio dell’interpretazione della Legge, ma si perdono in una giungla di dettagli, dimenticando l’essenziale. La chiave della conoscenza è dunque la retta interpretazione della Torah. Il rimprovero di per sé non è cristiano, ma era compreso cristianamente: gli scribi con i loro metodi non favorivano l’adesione del popolo ebreo al messaggio cristiano, naturale continuazione della Torah.

  53Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo in modo ostile e a farlo parlare su molti argomenti, 54tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca.

 La conclusione si riallaccia per motivi redazionali alla scena del simposio, dove avevano avuto inizio gli improperi di Gesù verso gli scribi e i farisei. L’evangelista mette in evidenza l’ostilità crescente che Gesù incontra presso l’élite religiosa, ostilità che farà da sfondo al resto del suo viaggio verso Gerusalemme. Il lettore cristiano è invitato a vedere questa ostilità lungo tutta la storia della salvezza. Anche gli inviati della comunità cristiana soffriranno a causa del rifiuto da parte di Israele. Ci saranno persecuzioni e martiri.  

Joomla templates by a4joomla
Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per servizi in linea con le tue preferenze.
Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca su " Leggi l'informativa ".
Chiudendo, scorrendo questa pagina, cliccando su qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.