Vangelo di oggi

21  settembre - Mt 9,9-13

San Matteo apostolo ed evangelista

 Andando via di là, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. 10 Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. 11 Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». 12 Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. 13 Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».

  Andando via di là, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo,

 Il brano precedente associava la malattia al peccato. Questo brano della chiamata di un peccatore e del pranzo con coloro che venivano considerati come tali viene quasi di conseguenza: Gesù è venuto anche e soprattutto a salvare l’umanità dal peccato. Nel brano parallelo di Marco (2,13-17) l’uomo delle imposte si chiama Levi, figlio di Alfeo, e dopo la sua chiamata organizza a casa sua un banchetto per i propri amici e per Gesù. Dopo di che, Marco non ne parla più. Nel vangelo di Matteo l’uomo delle imposte invece è identificato con Matteo apostolo. Il nome deriva dall’ebraico Mattaj e significa “dono del Signore”. In tutto il vangelo di Matteo questo è l’unico cambiamento di nome rispetto a Marco: segno di una rivendicazione apostolica per lo stesso evangelo. L’autore, che in questo modo si firma, da un lato pretende di avere l’autorità apostolica di Matteo, ma dall’altro non si considera niente di più che un peccatore perdonato.

 seduto al banco delle imposte,

 Questa semplice indicazione ci dice molto di più della semplice posizione di un uomo. Egli era seduto al banco delle imposte, perciò era un esattore. Non era esattamente un pubblicano, poiché con questo termine si designavano in particolare i personaggi importanti che accentravano nelle loro mani l’esazione delle imposte. E’ questo il caso di Zaccheo. Matteo è un subalterno dei pubblicani, fa parte del gruppo degli esattori delle imposte, come i pubblicani malvisti dal popolo ebreo per via della loro collaborazione con gli occupanti pagani e delle maggiorazioni che molti di loro praticavano arbitrariamente. L’opinione pubblica li catalogava tra i pubblici peccatori, senza possibilità di scampo.

e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. 

 Questo racconto di vocazione è molto stringato, ancor più che quello della vocazione dei primi quattro discepoli di Gesù. L’accento è spostato sul pranzo con i peccatori.

 10 Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli.

In Marco il banchetto era offerto da Levi in casa sua. Qui è Gesù che sta mangiando a casa propria e accoglie alla sua tavola i pubblicani e i peccatori. Per quanto riguarda i peccatori: poteva trattarsi di persone da una condotta morale dubbia (ladri, fannulloni...) oppure quelle categorie di persone che per la loro professione (esattori, lavoratori dei campi...) non potevano condurre una vita religiosa completamente secondo i dettami della Torah.

 11 Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».

 I convitati di Gesù non erano certo persone con cui i farisei si potevano intrattenere a tavola, a causa del complesso rituale di purità a cui questi ultimi si sottoponevano. Perciò essi si scandalizzano che Gesù, da loro riconosciuto come un maestro, si abbassi a mangiare con queste persone. Però non lo criticano apertamente: si rivolgono ai suoi discepoli.

 12 Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.

 Gesù si presenta come un “medico” di cui hanno bisogno i malati e non i “forti”, i sani. Il malato, più è grave, più ha diritto del medico e maggiori sono i doveri del medico nei suoi confronti. Così Dio si assume maggiori responsabilità nei confronti di chi è peccatore e fa di tutto per donargli la sua misericordia e riavvicinarlo a sé.

 13 Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».

 Matteo inserisce poi questa citazione di Osea 6,6. Egli è l’unico autore del NT e anche dei primi due secoli di cristianesimo a citare Osea 6,6, e lo cita addirittura due volte (qui e in 12,7). Questa citazione è introdotta dalle parole “andati, imparate”, che è molto simile al detto rabbinico “uscite e vedete”, cioè: “uscite” dalla casa di studio e “imparate” dalla vita. Osea 6,6 era un passo molto amato anche dal rifondatore del giudaismo farisaico dopo il 70 (quando venne distrutto il tempio), Rabban Jochanan ben Zakkai, per dimostrare la superiorità della “misericordia” sui sacrifici del tempio ormai aboliti. Gesù dunque potrebbe aver invitato i farisei a giocare sul loro proprio terreno, dicendo: “Voi che sostenete la superiorità della misericordia sul culto, sulle norme di purificazione ecc., non vi meravigliate, io sto proprio facendo questo!”. Gesù esorta dunque ad andare oltre alle tradizionali distinzioni giudaiche per assumere la vera mentalità di Dio, che è venuto a salvare tutti, soprattutto i peccatori. Possiamo leggere in filigrana una delle difficoltà della comunità di Matteo. Accanto agli ex-ebrei che avevano superato le osservanze cultuali farisaiche, vi era forse un gruppo che (ora che il tempio era distrutto) voleva estendere le regole di purità richieste ai sacerdoti a tutto il popolo. Ecco quindi la grande insistenza su Osea 6,6: Misericordia io voglio e non sacrificio.

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