Vangelo di oggi

11 maggio -  Gv 16,5-11

Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: «Dove vai?». Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore. Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. Riguardo al peccato, perché non credono in me; 10 riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; 11 riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato.

Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: «Dove vai?».

Davanti alla notizia della partenza di Gesù, i discepoli ora diventano muti. Ciò significa che si sentono già separati da Lui, non capiscono. La stessa situazione di verificherà nel Getsemani, quando interpellati da Gesù i discepoli non sapevano cosa rispondergli (Mc 14,40). Non vi è più comunicazione, i discepoli sbattono contro il muro della morte, di qui la solitudine e la profonda tristezza. Anche i discepoli di Emmaus erano tristi a causa del crollo della loro speranza (Lc 24,17-21).

Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore.

Sulla tragica situazione dei discepoli nel periodo tra la crocifissione e la risurrezione di Gesù, Giovanni proietta la situazione della comunità cristiana, che dopo aver creduto alla vittoria di Cristo sulla morte e all’imminenza del suo ritorno glorioso, si trova isolata in un ambiente che continua a rifiutare la sua fede. L’assenza di Gesù non è solo la sua scomparsa fisica, ma anche lo scarto tra il messaggio della sua vittoria e l’esperienza della prova che continua.

Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi.

Gesù insiste sulla propria partenza, ora nella prospettiva del vantaggio che ne risulterà per i discepoli: il dono del Paraclito, di cui è la condizione, porterà per loro un “di più” rispetto alla sua compagnia terrena. La venuta dello Spirito non è legata all’osservanza dei comandamenti (come era in Gv 14,15-16), ma solo al passaggio pasquale di Gesù. Qui è Gesù che lo manda senza che sia ricordato il Padre. Donare lo Spirito supera i poteri attribuiti tradizionalmente al Messia, perché solo Dio dispone dello Spirito santo. L’omissione del riferimento al Padre sottolinea indirettamente lo statuto raggiunto dal Figlio presso Dio: “Tutto ciò che il Padre ha, è mio!”.

E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio.

Questo testo evoca un processo, in cui il mondo è messo in discussione davanti a Gesù, e anche un giudizio di condanna, che è stato pronunciato non contro il mondo ma contro il suo Principe. Il Paraclito viene ma non per il mondo. Il verbo elegkhein che è stato tradotto dimostrerà è di traduzione complessa. Significa istituire una causa, svelare una colpa e quindi rimproverare, biasimare, correggere severamente. In questa traduzione è sottolineato il senso della denuncia. Grazie allo Spirito i discepoli possono cogliere la colpevolezza del mondo. La sentenza è stata già pronunciata da Dio. Dietro alla persona di Gesù si configurano due figure: l’Avversario che ha creduto di trionfare su di lui e Dio che ha ridotto tale Avversario all’impotenza. La condanna si articola su tre capi di accusa: il peccato, la giustizia e il giudizio.

Riguardo al peccato, perché non credono in me;

Questo testo si riferisce all’incredulità che la comunità vede attorno a sé, nel mondo in cui si prolunga il rifiuto opposto un tempo a Gesù di Nazaret. Negli Addii il termine “mondo” ha sostituito quello di “giudei”. Il progetto del Padre si amplia: al Figlio unico è stato dato potere su ogni carne. Non credere in Gesù è il peccato fondamentale. Il Paraclito permetterà ai discepoli di comprendere e di proclamare che, squalificando Gesù e il suo messaggio, il mondo resiste a Dio.

10 riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più;

Con giustizia, Giovanni non intende la dirittura morale, ma quanto viene riconosciuto a beneficio di una delle due parti: colui che ha ragione esce vincitore dal processo, riveste il manto della giustizia (cf. Is 61,10). Il senso è quello di una giustizia resa, di un buon diritto. Dio che è giusto si è pronunciato, facendo tornare a sé il suo Inviato, che era stato fedele fino alla fine. La vittoria di Gesù si vede dal fatto che ritorna al Padre. Non mi vedrete più: questa frase può essere intesa in due modi. Può sottolineare che Gesù è ormai sottratto a questo mondo, oppure suggerisce che la sua stessa invisibilità invita il credente a riconoscere dove si trova Gesù, nella gloria del Padre. Grazie allo Spirito, lo sguardo della fede raggiunge il mistero: l’invisibilità di Gesù è il rovescio della sua glorificazione.

11 riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato.

In Gv 12,31 Gesù aveva annunciato che al momento della sua “elevazione” il Principe di questo mondo sarebbe stato “gettato fuori”. Anche la seconda menzione del Principe era relativa alla Passione. Qui la sentenza è già stata pronunciata: il Principe di questo mondo è stato condannato da Dio e la condanna ha avuto luogo nell’evento della Croce. Anche se in questo punto del Vangelo di Giovanni, Gesù non è ancora passato attraverso il dramma della Croce, il Principe è già stato condannato. Questo perché il lettore sa che il Vangelo è stato scritto dopo la glorificazione. La Pasqua ha avuto un effetto permanente.

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